Proverbi e modi di dire.

I proverbi sono un’espressione popolare che indicano, sinteticamente, un concetto, una massima e di solito sono in rima o sotto forma di assonanza o allitterazione. Questi riflettono tradizioni, usi e costumi e danno un contributo sostanziale per il recupero del patrimonio culturale locale. Da essi, infatti, emergono i caratteri salienti, gli usi e i costumi della realtà locale. In buona sostanza rappresentano un patrimonio culturale da difendere e da preservare, visto che ci lasciano una traccia del cammino percorso dai nostri antenati. Purtroppo questo patrimonio sta disperdendosi e spesso le nuove generazioni non lo riconoscono. È per non dimenticare la nostra cultura, quindi, che nasce questo nostro tentativo.

 

Abbastə ca ficchə la chepə jində Basta che ficchi la testa dentro. Esprime l’importanza di possedere una casa per quanto piccola.

Abbattə u firrə quannə jè callə Batti il ferro quando è caldo.

Abbrilə nan cangiannə vəstitə; mescə vìstətə comə tə pəjescə Aprile non cambiare vestito; maggio vestiti come ti piace.

A Berə vè u rittə e vè u tertə A Bari va il diritto (il sano) e va il torto (lo zoppo). Buoni e cattivi vanno tutti nella stessa direzione.

Accattə la luscə e vinnə u sàulə Compera la luce e vendi il sole. Detto di chi alzandosi tardi spreca così la luce solare per pagare la corrente elettrica.

Accattə quannə è mərchetə e vinnə quannə è cherə Compera quando è a buon mercato e vendi quando alzano i prezzi.

A ccavaddə jastəmetə ‘ngə alluscə u puilə Al cavallo bestemmiato, cioè recalcitrante, luccica il pelo. Mantiene il manto lucido proprio perché indomabile, così come la persona scontrosa e intrattabbile mantiene il suo atteggiamento di superiorità.

A cchedda carnə cuddə curtiddə ‘gə volə Per quella carne ci vuole quel coltello. Il detto sta ad indicare che per qualsiasi cosa ci l’arnese adatto. Si può riferire metaforicamente anche alle persone.

Acchjè la pezzə a culorə Trovare la pezza a colore; espressione colloquiale che significa semplicemente trovare una buona giustificazione per una gaffe fatta o altro. Pare che questa espressione derivi da un fatto realmente accaduto e riguarda una donna che, colta dal marito in atteggiamento equivoco con un altro uomo, riuscì a giustificarsi ai suoi occhi con prove giudicate dai maldicenti semplicemente come pezzə a culorə.

Acciaffə ciocchə puetə, ca ciacchə lassə é pərdutə Prendi ciò che puoi, perché ciò che lasci è perso.

A cchesə də pəzzində nan mànghənə stòzzərə A casa di pezzenti non mancano pezzi di pane. Esalta la generosità dei poveri.

A cchesə də sənaturə nan gə vòlənə sunittə (matənetə) A casa di suonatori non ci vogliono strumenti musicali (canti). Corrisponde a portare i vasi a Samo, cioè fare cose inutili.

A cchjangə cussu muertə, sò llàcrəmə pərdutə A piangere questo morto, sono lacrime perse. Non ha senso rammaricarsi delle opportunità perdute o degli errori commessi invece di impegnarsi a cercare nuove possibili soluzioni.

A cchjovə e a murì nan ‘ngə volə nuddə A piovere e a morire non ci vuole niente (basta un attimo!).

A ccì nan denə fìgghjə nan gì nə pə ffavorə nə pə ccunzìgghjə A chi non ha figli, non andare né per favori, né per consigli

A ccumuannè jè jarta leggə Comandare è mestiere leggero. È facile dettare regole di vita, il difficile è metterle in pratica.

A Ccəccillə u fioràjə ‘ngə we discə cə ffiorə jè cussə? A Ciccillo il fioraio vuoi dire che fiore è questo? Si dice di quella persona che pretende di insegnare qualcosa a chi è esperto in quel campo.

Acrəsestə, discə la volpə all’uvə quannə nan arrivə “Acris est”, dice la volpe all’uva quando non ci arriva. Nella nota favola “La volpe e l’uva” di Fedro si parla di una volpe che, spinta dalla fame, tenta di raggiungere un grappolo d'uva, ma ogni sforzo è vano. Constatando di non poterla raggiungere, esclama: "tanto è ancora acerba!". La morale è ovvia: è facile disprezzare quello che non si può ottenere.

A da scì ‘mbaravisə chə tuttə i scarpə Andrai in paradiso con tutte le scarpe. È ironico e si dice di chi pensa o si vanta di essere tanto bravo e buono da meritare di andare in paradiso persino con le scarpe.

Ad’austə sə pàjənə i dìbbətə I debiti si pagano ad agosto. Il proverbio evidenzia che in agosto, dopo la raccolta dei prodotti della terra, era possibile pagare i creditori.

A da vəndəlè o wində c’ammenə Devi ventilare secondo il vento che tira. Corrisponde all’italiano: seguire il vento che tira, bisogna, cioè, adattarsi alle circostanze.

Addau arrivə chjandə u zippə Dove arrivi pianta il rametto. Richiama il lavoro di campagna per piantare i vari semi. Questo veniva svolto con un bastoncino appuntito con cui fare un buco nel terreno per il seme. Sta quindi ad indicare che alla fine del lavoro si lasciava infilato il bastoncino dal punto da cui bisognava riprendere il lavoro. Oggi l’espressione significa impegnarsi a fare qualcosa fin dove è possibile.

Addau livə e nan punnə jàcchjə u funnə Dove togli e non poni trovi il fondo. Se si preleva senza mai depositare ben presto il conto in banca finisce.

Addau nan ficchə l’echə, ficchə la chepə dove non metti l’ago, metti la testa. Bisogna riparare subito un piccolo strappo prima che diventi grande.

Addau nan zə ‘nvətetə / chjametə / jàcchjə la seggə sfunnetə Dove non sei invitato trovi la sedia sfondata. L’ospite sgradito non trova una buona accoglienza e ha modo di notarlo.

Addau ‘ngə vè l’assè, ‘ngə vè u picchə dove va il molto, va il poco. Corrisponde all’italiano: il più conosce il meno.

Addau pennə, rennə Dove pende, rende. Se il ramo, che pende perché carico di frutti, invade un altro campo, può essere sfruttato da altri.

Addau ròtələ la vecchjə? A li pàirə cottə Dove va la vecchia? Alle pere cotte. Ognuno tira l’acqua al suo mulino.

Addau stè wustə nan stè pərdenzə Dove c’è gusto non c’è perdita. Se si fa qualcosa per soddisfazione personale il costo non è rilevante.

Addau stonne tanda jaddə nan fescə mè dì Dove stanno tanti galli non fa mai giorno. Ove si conceda potere decisionali a più persone non si potrà mai giungere a conclusione alcuna.

Addau tenə l’òcchjərə, ddè tenə i menə Dove ha gli occhi, là ha le mani. È chi è incline ad prendere qualsiasi cosa gli capiti sotto gli occhi.

Addau tə nə vè senza ’mbrellə? Dove te ne vai senza ombrello? Frase senza un senso particolare ma semplicemente scherzosa quando due amici s’incontrano.

Addau tə weltə, jàcchjə paràitə Dovunque ti giri, trovi parete. È il proverbio di chi incontra ostacoli dappertutto.

Addau u muirrə jè buenə, nan gə volə la fraschə Là dove il vino è buono, non c’è bisogno della frasca. Non è necessario decantare le qualità di qualcosa o di qualcuno se queste sono evidenti.

Addəvinnnə e fattə ricchə Indovina e diventi ricco. Sembra facile ma se potessimo conoscere il futuro saremmo tutti ricchi.

A fattə rerè, a fè miserè Hai fatto re re, ora devi dire il miserere. In altre parole se si esagera nel fare qualcosa, dopo si possono pagare le conseguenze.

A fattə trendə, fè trendunə Hai fatto 30 fai 31. Manca poco per raggiungere lo scopo. Sembra che il detto sia dovuto ad un fatto che riguarda Papa Leone X. Questi, il 1° luglio 1517, ordinò trenta cardinali. Quando si accorse di avere dimenticato un prelato particolarmente valente, corse ai ripari celebrando immediatamente l’ordinazione del trentunesimo cardinale.

A fè na bottə e na capatòzzələ Devi fare una botta e uno scappellotto. Bisogna essere un po’ severi (na bottə) e un po’ comprensivi (capatozzələ)

A fè u muìdəchə e a fè u maletə Devi fare il medico e devi fare il malato. In altre parole, bisogna mettersi nei panni dell’uno e dell’altro prima di giudicare o per giudicare bene.

A ffattə la mustaculə Ha fatto la mostra-culo. Detto all’indirizzo di persone insolventi. Si fa riferimento, forse, ad un’antica usanza quando gli insolventi erano condannati a girare col posteriore scoperto.

A ffè amorə chi mònəchə jè timbə persə Corteggiare le monache è tempo perso.

Àgghjə fetə a DDijə ca scì a ffənescə sobbə e rarinə də la chjissə rannə Ho fiducia in Dio che tu possa finire sui gradini della cattedrale. Non era raro vedere mendicanti su questi gradini. È un malaugurio lanciato da chi si augura di vedere qualcuno ridotto ad elemosinare.

Agnə cundràrjə tìnələ pə ssalutə Ogni contrarietà tienilo per salute. Bisogna considerare la contrarietà come un fatto salutare, perché abitua il nostro animo a sopportare meglio gli avvenimenti spiacevoli.

Agnə ‘nghjanetə tenə la scənnutə Ad ogni salita segue la discesa. Raggiunta la vetta, comincia il declino.

Agnə ppicchə aggiovə Ogni poco giova. Anche se poco giova a chi lo ha. Bisogna sapersi accontentare.

Agnunə tenə la croscə sawə Ognuno ha la propria croce.

Agnunə tirə u fuechə ‘nnanzə a la fedda rossə sawə Ognuno tira il fuoco davanti alla sua fetta. Ricorda l’italiano: ognuno tira l’acqua al proprio mulino.

Ajùtətə ca Ddìjə t’ajutə Aiutati che Dio ti aiuta. Non bisogna attendere passivamente l’aiuto di Dio.

A la Canəlorə abballə u fretə chə la sorə Alla Candelora balla il fratello con la sorella. Nei tempi andati si usava ballare in casa, per cui, spesso, fratelli e sorelle ballavano insieme.

A la Canəlorə u wirnə jè ‘fforə Alla Candelora (2 febbraio) l’inverno è fuori. All’inizio di febbraio s’incomincia ad intravedere la primavera.

A la ‘Mmaculetə l’egghjə è caletə All’Immacolata l’olio si è posato. L’olio, cioè, è pronto per l’uso.

All’annə sulə sulə, e do jannə ripa ripə All’anno da solo, ai due margine margine; l’espressione si riferisce a chi sembra sia in grado di fare grandi cose all’inizio, ma nel prosieguo si dimostra maldestro ed incerto, come un bambino già capace di camminare da solo all’età di un anno, ma, ai due anni ha bisogno di un sostegno.

A llavè la chepə o ciuccə sə perdə jacquə, timbə e sapàunə A lavare la testa all’asino si perde acqua, tempo e sapone. È inutile dar consigli a chi non li intende; è tempo e fiato sprecato.

Allendə i paràulə comə cachetə də vacchə Dalla sua bocca vengono fuori parole come sterco di mucca. Spesso si parla senza delicatezza e riflessione.

All’ùtəmə abballənə i fissə Per ultimi ballano i fessi. Battutina riguardante coloro i quali, per timidezza, decidono di agire solo alla fine.

All’ùtəmə amà ssendə i muertə Alla fine sentiremo i morti. I conti si fanno alla fine.

Altə jè parlè də mortə, altə jè murì Un conto è parlare di morte, un’altro è morire.

Amà ffè junə ca cambə e l’altə ca nan morə Adesso faremo uno che campa e l’altro che non muore. In altre parole non si deve essere egoisti ma aiutarsi l’un l’altro affinché non ci sia chi campa nel lusso e chi muore nella miseria.

Am’avè u chepəcanelə: la cialleddə senza selə Avremo un grande pranzo: cialda senza sale. Il chepəcanelə è il lauto banchetto che il proprietario offriva ai dipendenti al termine dei grandi lavori; se, però, il proprietario era avaro i dipendenti ironizzavano con quella frase.

Amà vədè cə s’avà stanghè tu a ffè friddə e jì a trəməlè Vedremo chi si stancherà tu a far freddo ed io a tremare. È il testardo che non vuole arrendendersi in nessun caso.

Amə persə tirzə e capətelə Abbiamo perso terzi e capitale. Peggio di così non poteva andare, perché si è perso tutto. Il detto prende spunto dal fatto che, per i lavori di campagna, il padrone dava una percentuale del ricavo, un terzo appunto, al contadino e quando l'annata ed il raccolto erano magri o addirittura nulli non ne beneficiava nessuno dei due.

Amerə a ci chetə e cerchə ajutə Povero chi cade e chiede aiuto. Sventurato chi ha bisogno perché difficilmente troverà chi è disposto a dargli una mano.

Amerə chedda chesə cə cappiddə nan dresə Infelice quella casa se cappello non entra. La presenza dell’uomo nella casa era considerata molto importante.

Amiscə chə ttuttə, custrettə chə nəssciunə Amici con tutti, intimo con nessuno. Consiglio da mettere in pratica per evitare di andare cincontro a forti delusioni.

A mmangè simə tuttə comə jaddinə, a fatəjè simə tuttə comə purginə A mangiare siamo tutti come galline, a lavorare siamo tutti come pulcini.

Ammenə la petə e asconnə la menə Scaglia la pietra e nasconde la mano. Comportamento del vile che non ha il coraggio delle proprie azioni e la butta là quasi per caso facendo finta di niente e vederne la reazione.

A mmurì e a ppajè nan gə volə prəmurə Per morire e pagare non c’è fretta. Un invito a non aver fretta di compensare l'esecuzione di un'opera, ma attendere di verificarne la funzionalità.

Angorə a vədè u scurzàunə, gè gritə Sandə Pàulə Non hai ancora visto il serpente è già chiedi aiuto a S. Paolo. Si invoca San Paolo perché è il protettore delle serpi e del morso di esse. Il modo di dire vuol significare essere previggente, accorto. ~ Una leggenda racconta di un naufragio durante il primo viaggio a Roma come prigioniero. Riparando nell'Isola di Malta insieme all'equipaggio e alle guardie, furono accolti da gente della costa che stava attorno a un fuoco. Mentre gettava legna sulle fiamme l'Apostolo venne assalito da una vipera che gli si attaccò al dito, questi la scosse dentro il fuoco restando completamente illeso dal suo veleno e dopo un soggiorno di tre mesi poté proseguire il viaggio. Da qui la credenza che ancora persiste nel tempo. Questa, però, ruota intorno alla figura mitica, simbolica e magica del serpente, ma forse si sovrappone anche l'antico, locale e molto fiorente culto, già presente nell'isola, di Ercole, eroe e divino protettore pagano contro i serpenti: infatti ne uccise due grandissimi quand’era nella culla.

Angorə l’àgghja ‘ngəgnè, ca quannə l’è cognə gè wè sapè Non ho ancora iniziato che vuoi sapere già quando finisco.

A Ppasquə e a Natelə s’arrəcchèsscənə i furnerə e tuttə l’altə fistə wonnə acchjannə i soldə ‘mbristə A Pasqua e a Natale si arricchiscono i fornai e per tutte le altre feste vanno in cerca di prestiti. Erano i periodi in cui il fornaio, mestiere povero, era molto indaffarato ad infornare le varie squisitezze che le casalinghe preparavano (scarcelle, taralli, mostaccioli, biscotti, etc.)

A ppaisə ca vè ciacchə vitə fè A paese che vai ciò che vedi fai. Il buon senso vuole che ci si adegui ai costumi dell’ambiente dove si va a vivere.

A pəgghjetə Trìbbələ! Ha preso Tripoli. Espressione detta a chi crede di aver conquistato chissà cosa.

A ppersə i vacchə (i wefə), vè ‘cchianne i cornə Ha perso le vacche (i buoi), va trovando le corna. Si dice di chi ha perso l’essenziale e si appiglia alle minuzie.

Apprimə sində u senə e doppə accattatillə Prima senti il suono e poi compratelo. Prima di comprare bisogna fare molta attenzione.

Apprissə mə vinnə Appresso mi vieni. È una forma di rimprovero dell’anziano verso i giovani che gli mancano di rispetto.

Arripə la zambognə pə quannə t’abbəsognə Conserva la zampogna per quando ti serve. Corrisponde al noto detto “La vendetta è un piatto che va consumato freddo” oppure “Legarsela al dito”, cioè, fissare nella memoria il torto ricevuto, per farne vendetta a tempo opportuno.

Arripə quannə tinnə ca quannə nan dinnə nəssciunə tə dè Conserva quando hai che quando non hai nessuno ti dà. È opportuno mettere da parte quando si possiede perché nel momento del bisogno nessuno è disposto a darti una mano: amara realtà!

A scì a fərnesscə retə a Ssanda Taresə Andrai a finire dietro S. Teresa. Fortissima maledizione contro le donne. Lì dietro, infatti, abitavano le prostitute.

A scirnə e nəputə ciacchə lassə è pərdutə A generi e nipoti ciò che lasci è perso. Di solito è da ingenui attendersi riconoscenza da generi e nipoti.

Asimə arrəvetə e fichə də Ciccə Siamo arrivatie ai fichi di Ciccio; l’espressione significa giungere alla fine e sembra derivi dal fatto che un tale Ciccio avesse un fondo con alberi di fichi a ridosso del cimitero; da qui il senso non proprio allegro dell’espressione.

Asimə fattə i fistə e doppə i vəscìgghjə Abbiamo fatto le feste e dopo le vigilie. Si spende molto per le feste e dopo si fanno sacrifici per recuperare le spese.

A spartə rəcchezzə jàcchjə puwurtè Dividi ricchezza, trovi povertà. Suddivisioni continue anche di ingenti beni, si riducono ad insufficienti entità. Pertanto non bisogna confidare troppo sulle eredità destinate ad essere divise fra gli eredi.

Aspittə ciuccə mijə, aspittə nu puicchə ca mo arrivə la pàgghja novə Aspetta asino mio, aspetta un po’ chè ora arriva la paglia nuova. Corrisponde al nostro Campa cavallo che l'erba cresce. Il modo di dire indica che si può aspettare il tempo che si vuole, tanto ciò che si sta attendendo non accadrà a breve e bisogna quindi pazientare per avere dei risultati, che non si è neanche certi di ottenere. Il detto nasce da un aneddoto che parla di un individuo che trascinava per le briglie il suo vecchio cavallo, ormai privo qualsiasi energia; lo tirava lungo una strada sassosa dove si vedeva solo ogni tanto qualche filo d’erba. Ogni volta che il povero animale sembrava stesse per venir meno, il padrone lo spronava e gli diceva: “Aspetta a morire cavallo mio, resisti ancora un po’ finché l’erba crescerà e anche tu potrai sfamarti

Asimə arrəvetə e fichə də Ciccə Siamo arrivati ai fichi di Ciccio (siamo giunti alla fine). Sembra che Ciccio avesse un fondo con alberi di fichi a ridosso del cimitero; da qui il senso un po’ amaro dell’espressione.

A Ssandə Luchə scittə səmendə ‘nderrə ca nan muchə A S. Luca butta semenza per terra che non marcisce. S. Luca è il 18 ottobre, periodo buono per la semina.

A Ssan Giuwannə ognə chəlombrə passə da ‘ngannə A S. Giovanni ogni fiorone passa dalla gola. Infatti i fioroni sono pronti per la raccolta nella seconda metà di giugno.

A Ssandə Vitə, verdə o sicchə, mitə A San Vito, verde o secco, bisogna mietere.

A ssettə misə canistrə assisə a sette mesi canestro seduto. La donna incinta deve avere già pronta la biancheria per il nascituro.

A ssoldə a ssoldə sə fescə la lirə Soldo dopo soldo si fa la lira. Invito al risparmio. Valeva 5 centesimi e 20 soldi formavano una lira. Con la formazione dello stato nazionale non furono più coniati soldi; il termine è rimasto in uso al plurale   i soldə   per indicare il denaro.

A ssutə forə do səmənetə Sei andato fuori dal seminato. Hai sconfinato dalle tue competenze, hai scantonato nel dire e nel fare.

Attacchə u ciuccə addau volə u patrunə Attacca l’asino dove vuole il padrone. Purtroppo bisogna sottostare anche perché, è sempre chi comanda che decide il da farsi.

A ttandə li vennə, a ttandə l’accattə A tanto li vendo, a tanto li compero. Espressione per dire che non ci pensa su due volte e che passa subito alle vie di fatto.

A wovə mazzə i potə la mòschələ A bue magro dà fastidio la mosca. Ai più deboli qualsiasi molestia dà fastidio.

Avà durè tre ddì chə nusterzə Durerà tre giorni con avantieri. Modo ironico per dire che una certa cosa non durerà affatto.

Avà pajè quannə vènənə do sàbbətə a cùcchjə Pagherà quando verranno due sabati consecutivi, cioè mai.

A vvenda chjainə tutt’afetə A pancia piena tutto puzza. Quando si è sazi niente è più buono.

Avennə, putennə, pajannə Quando avrò e potrò, pagherò. Lett.: avendo, potendo, pagando. È quel che dice il debitore insolvente.

A vistə me na messə senz’altanì? Hai visto mai una messa senza litania? Dicesi quando in qualcosa manca la parte più importante.

Avvizzə u culə quannə stè sulə, ca quannə stè accumbuagnetə stè buenə ‘mbaretə Abitua il culo quand’è solo, perché quando è accompagnato è bene istruito. Bisogna educare i figli per bene quando non sta nessuno, sicché quando stanno con altri saprànno come comportarsi.  

Banghittə e cumprumissə ne facennə arretə e manghə spissə, ma quannə l’ada fe, nan də facennə məsurè Banchetti e compromessi non farli né raramente né spesso, ma quando li devi fare, non ti far misurare (cioè, falli bene per non essere oggetto di critica).

Bellə o bruttə i məgghjirrə də l’altə piàscənə a ttuttə Belle o brutte le mogli degli altri piacciono a tutti. Corrisponde grosso modo all’italiano: l’erba del vicino è sempre la migliore.

Bona ‘ngutənə nan temə martiddə Buon incudine non teme martello. Sopporta più facilmente le avversità chi è già stato provato dalla vita.

Bruttə è stetə e buenə è vənutə Brutto è stato e bene ne è venuto. Ringraziare, comunque, Iddio perché sarebbe potuto andare peggio.

Bruttə jè la vəcchjemə, chiù bruttə nan la vədè Brutta è la vecchiaia, più brutta è non vederla. In genere l’uomo si dimostra attaccato alla vita.

Buenə pignə tenə u mulənerə, tenə u sacchə chə tottə la farinə Buon pegno ha il mugnaio, ha il sacco con tutta la farina. È il creditore che ricorda all’insolvente che è in possesso di qualcosa su cui può rivalersi.

Callə də pannə nan fescə mè dannə Caldo di panno non fa mai danno.

Cambə e fè cambè Campa e fai campare. Non pensare solo a te stesso, pensa anche agli altri.

Cambenə ca sonə Campana che suona. Si dice quando si parla ma non si è ascoltati.

Ca michə t’è mmettə sobb’o jàutə Non ti metterò di certo a lavare i panni. Espressione di blando rimprovero verso chi non va a fare una visita da molto tempo.

Caminə c’angallisscə Cammina che ti riscaldi. Modo empirico che risolve in parte la crisi energetica.

Capiddə e dində nan fàscənə nində Capelli e denti non fanno niente. L’imbiancamento dei capelli e la caduta dei denti sono un fatto naturale con l’avanzare dell’età.

Capperrə e capperrə nan zə cèchənə l’òcchjərə Cappelli e cappelli non si accecano. Il senso è che i cappelli, cioè, i signori, non si danneggiano fra di loro.

Carəbbaldə sobbə a chissə mittə l’altə Garibaldi su questi (guai, debiti) metti gli altri. I latini dicevano: clavum clavo pellere = cacciare un chiodo con un chiodo, che corrisponde all’italiano chiodo scaccia chiodo. Si usa questo adagio quando si vuol porre rimedio a un male con un altro male, a un vizio con un altro vizio, etc.

Carnə avvezzə a patì dəlorə nan zendə Carne (corpo) abituata a soffrire non sente dolore.   Chi è abituato a soffrire, certi dolori li avverte meno.

Carnəvelə mì chjinə də dògghjə, joscə maccarunə e cremenə fògghjə Carnevale mio pieno di dolori, oggi maccheroni e domani verdura. Al carnevale segue la Quaresima, periodo di astinenza e penitenza.

Carta candə! ‘mbittə la tegnə! Carta canta! In petto ce l’ho! È una forma di ricatto da parte di chi ha qualche documento inoppugnabile da far valere. Qui ‘mbittə sta per pəttərrinə usata anche come curioso “ripostiglio”, specie dalle donne, dove riponevano documenti o denaro.

Ca s’avessə mè attangetə u nesə! Che si fosse mai toccato il naso. Espressione riferita a chi, nonostante i molti favori ricevuti, non si è mai disobbligato. Il modo di dire non risulta più strano se si pensa al detto che recita: “Cə tenə nesə tenə crəianzə”

Catarinə canda canda tandə la vendə stè vacandə Caterina canta canta, tanto la pancia è vuota. Si dice di chi canta per nascondere le proprie miserie, anche se non può darla a bere al vicinato che sa tutto.

Cautəletə u puetə buenə, ca tutt’i melə do puetə nə venə Cautelate per bene i piedi chè tutti i mali da lì derivano. In qualche modo ricorda il proverbio toscano “Asciutto il piede e calda la testa, e nel resto vivi da bestia”.

Ca wè jessə sandə, surdə, mutə e cəchetə Possa tu essere santo, sordo, muto e cieco. Espressione scherzosa che, comunque, indica irritazione.

Cə a na fèmənə u culə l’abballə, cə nan è diàulə, fallə Se ad una donna balla il sedere, se non è un diavolo, considerala tale

Cə bellə uè parè ogn’essə t’avà dulè Se bello e in forma vuoi sembrare ogni osso devi farti dolere. Altri usano “l’essə pəzziddə = osso sporgente, malleolo” invece di “u chiù bell’essə”. Il significato, comunque, è lo stesso: ci vogliono sacrifici per mantenersi belli e in forma.

Cə buenə achjutə, mègghjə japrə Se chiudi bene, apri meglio. Chiudere per bene la casa prima di partire perché la prudenza non è mai troppa.

Cə carnəvelə legnə uè fè, da Natelə adà cumunzè Se il carnevale lungo vuoi fare, devi iniziare da Natale. Lo si allunga, così, di circa tre settimane.

Cə chetə u prèvətə jè dəsəggràzzjə, cə chetə u sacrəstenə stè ‘mbrəjechə Se cade il prete è disgrazia, se cade il sacrestano è ubriaco. L’autorità non commette mai errori (se succede non gli si può addebitare alcuna colpa), ma se sbaglia un altro, allora...

Cə Colinə cacàjə, na mmuràjə Se Nicola avesse defecato, non sarebbe morto. È inutile rammaricarsi di una scelta che, operata in maniera logica e razionale, ha determinato effetti negativi imprevedibili, anche se rimane l’amara constatazione che se avesse preso una piega diversa non ci si sarebbe trovati al punto in cui si è.

Cəcureddə e favettə la vendə abbottə, u culə assettə Cicorielle e purè di fave il ventre gonfia e il culo si rassoda.

Cə da Cristə jè dəstənetə, tutt’e ddò jind’a pəgnetə Se da Cristo è destinato, tutti e due nella pignatta. Proverbio per dire che se Dio vuole i due sono destinati a sposarsi.

Cə Ddìjə nan bolə, i sàndərə nan bòtənə Se Dio non vuole, i santi non possono. I santi fanno i miracoli solo se Dio vuole.

Cègghjərə congiundə, amerə a ci jevə accundə Sopraccigli congiunti, infelice chi ha a che farci. È credenza popolare che chi ha sopraccigli congiunti, è persona da evitare.

Cə jè ffriddə jè ‘nnammuretə, cə jè ccallə jè mmaletə Se è freddo è innamorato, se è caldo è malato. È un modo comune di pensare che chi ha le mani fredde, è innamorato.

Cə i mòschələ cigghjèscənə a ffè timbə Se le mosche pungono, farà cattivo tempo.

Cə jè màsculə, vənessə; cə jè fèmənə sə nə scessə se è maschio, ben venga; se è femmina meglio che non venga. Il proverbio ricorda il tempo quando la donna era considerata una cambiale.

Cə jerrə chəlombrə vənàjə ‘mmocchə Se fosse fiorone verrebbe in bocca. Si riferisce al poltrone. Ci sono due amici sdraiati sotto un albero di fioroni. Uno dice: “Quandə vulàjə ca nu culombrə mə cadàjə rittə ‘mmocchə = quanto vorrei che un fiorone mi venisse in bocca.” E l’altro: “E cə tə l’à mastəchè? = e chi te lo masticherà?”

Cə junə nan morə, l’altə nan uedə Se uno non muore, l’altro non gode. Corrisponde al detto latino “Mors tua vita mea = la tua morte è vita per me”.

Cə la fatì jerrə bonə, fatəjàjə purə u jalandommə Se il lavoro fosse buono, lavorerebbe anche il galantuomo (il che non sempre si verifica).

Cə l’aməcìzzjə jè səngerə, durə fignə a quannə junə morə Quando l’amicizia è sincera, dura fino a quando uno muore. La vera amicizia supera ogni contrasto.

Cə la pescə wè wadè, fè fində də nan vədè Se vuoi goderti la pace, fingi di non vedere (ciò che non ti va). Un buon metodo per godersi un po’ di tranquillità.

Cə na bona vəcchjemə wè fè, da la fèmənə adà ccumunzè Se vuoi fare una buona vecchiaia, devi cominciare dalla femmina. È, o forse era, la figlia femmina che di solito si prende cura dei genitori anziani.

Cə nan də məsurə mò, a jessə musuretə pò Se non ti misuri (limiti) adesso, sarai misurato (criticato) dopo.

Cə nan ghjemə chə la manoddə, nan venə cu pududdə Se non chiami con la manina, non viene col piedino. In altre parole se non si dà occasione, difficilmente si viene infastidite. È una forma di rimprovero verso le ragazze che si lamentavano di essere infastidide dai giovanotti.

Cə nan stàinə i fissə, nan gambàinə i drittə Se non esistessero i fessi, non vivrebbero i dritti.

Cə nan zə pè, jùngəmə tuttə se non si paga ungimi tutto. È ciò che disse, pare, un moribondo avaraccio al sacerdote che era andato per dargli l’estrema unzione.

Cə nan zə wastə, nan z’aggiustə Se non si guasta, non si aggiusta. Corrisponde all’italiano: tanto peggio, tanto meglio. Spesso si cerca di porre riparo ad un inconveniente o ad un male ricavandone una soluzione vantaggiosa, però non sempre si ottengono buoni risultati.

Cə nan zudə e nan gilə, nan arrivə, nan arrivə Se non sudi e non geli, non arrivi, non arrivi. Bisogna fare enormi sforzi e sacrifici per raggiungere un obiettivo.

Cə pìgghjə ‘nnanzə, nan pìgghjə retə Se prendi prima, non prendi dopo.

Cə pinzə addau tə dolə, tə dolə də cchjù Se pensi dove ti duole, ti duole di più.

Cə ricchə tə wè fè, vè ‘ngambagnə e mìttətə ad arè Se ricco ti vuoi fare, va in campagna e mettiti ad arare.

Cə t’a fè scannè, vè da nu wuccirrə buenə Se devi farti sgozzare, và da un bravo macellaio. Se devi farti svenare, meglio andare da uno bravo.

Cə tə culchə chi crəjaturə la matinə tə jàcchjə cachetə Se ti corichi con i bambini, la mattina ti ritrovi imbrattato. Vuol dire che è opportuno unirsi a chi ha esperienza e senso di responsabilità, e non a persone immature onde evitare spiacevoli inconvenienti.

Cə tə dolə la vendə, fè nu pirdə ca t’allendə Se ti duole la pancia fai un peto che il dolore diminuisce.

Cə tə la mangə arestə, nan la mangə ammaturə Se la mangi acre, non la mangi matura. Bisogna scegliere il momento giusto per ogni cosa.

Cə tə pəjescə u dolcə, t’adà mangè purə l’amerə Se ti piace il dolce, devi mangiare pure l’amaro.

Cə tinnə filə da marətè, minə bəjevə jind’a vrəjetə Se hai figlie da sposare, semina biada nel terreno zappato più in profondità (per ottenere un raccolto migliore e più abbondante).

Cə u ‘mbristə jerə buenə, sə mbrastàjə purə la məgghjerə Se il prestito fosse buono, si darebbe in prestito persino la moglie.

Cə u piattiddə vè e venə, l’aməcizzjə sə mandenə Se il piattino va e viene, l’amicizia si mantiene. Le cortesie devono essere ricambiate.

Cə u wècchjə s’arrucurdàjə u munnə su, dəciàjə o ggiòvənə: fè ciacchə wè tu Se il vecchio ricordasse il suo mondo passato, direbbe al giovane: fai ciò che vuoi tu.

Cə vacandì nan d’àgghjə, wìdəwə t’aspettə Se non ti ho da nubile, ti aspetto da vedova. Così dice l’innamorato all’amata, disposto ad aspettarla anche fino a quando sarà vedova.

Cə vè la mortə, nall’àcchjə Se va la morte, non lo trova. Frase riferita a chi non sta quasi mai in casa.

Cə volə fatəjè, Amèrəchə jè ddò, Amèrəchə jè ddè Se vuol lavorare, America è qua, America è là.

Cə wè benə alla fìgghjə, accarizzə la mammə Se vuoi bene alla figlia, accarezzi la mamma. Prima era opportuno lusingare la mamma per ottenere il consenso dei genitori al matrimonio.

Cə wè fallì, mannə forə e nan gə scì Se vuoi fallire, manda in campagna e non andarci. La presenza del padrone è necessaria affinché i lavori procedano speditamente.

Cə wè jènghjə i wuttə, zappə affunnə e putə curtə Se vuoi riempire le botti, zappa profonfo e pota corto (è il modo per ottenere un buon raccolto d’uva).

Cə wè jènghjə la candinə, pìgghjə la zappə e la zappullinə Se vuoi riempire la cantina, prendi la zappa (per zappare il terreno) e la zappettina (per liberarlo dalle erbacce).

Cə wè na bonə mədəcinə bivə l’acquə la matinə Se vuoi una buona medicina bevi l’acqua la mattina. Bisogna bere acqua anche durante la giornata.

Cə wè perdə la salute, a da scì apprissə e mìdəcə; cə uè perdə l’ànəmə, a da scì apprissə e prìvətə Se vuoi perdere la salute, devi andare appresso ai medici; se vuoi perdere l’anima, devi andare appresso ai preti. Andare sempre dai medici o dai preti può essere controproducente.

Cə wè sapè comə jè, a da scì do patutə Se vuoi sapere com’è, devi andare da chi ha sofferto.

Cə wè sapè i fattə də l’altə, vitə i fattə də castə Se vuoi sapere i fatti degli altri, guarda quelli di casa tua. I problemi degli altri sono come i nostri perché tutto il mondo è paese.

Cə wè stè buenə assè mangə picchə e dermə assè Se vuoi stare molto bene mangia poco e dormi molto.

Cə wè tənè la saluta bonə, cialleddə primə e cialleddə pò Se vuoi avere la salute buona, (devi mangiare) cialda prima e cialda dopo. La cialda è un piatto gustoso e genuino.

Cə wè u lambasciàunə l’adà cavè, cə uè la fìgghia màjə tə l’adà standè Se vuoi il lampascione lo devi cavare, se vuoi mia figlia te la devi sudare.

Cə wè u puenə da cussə cummuendə, ada fè jind’o muazzə fətendə Se vuoi il pane da questo convento, devi fare nel mazzo fetente. Bisogna meritarsi qualsiasi cosa col sudore della propria fronte.

Chə ccàsərə e vignə, sə marìtənə i signə Con case e vigneti si maritano le scimmie. Pure le racchie riescono a maritarsi, purché abbiano la proprietà.

Cheddə fescə la portə e annuscə Quella (signora) fa la ruffiana (lett. porta e riporta).

Chə la venda chjàinə s'arraggionə mégghjə Con la pancia piena si ragiona meglio. Mi pare inutile ogni commento.

Chə mmàjə la scugnə la zappə Con me rovini il filo della zappa. È inutile insistere, qui trovi pane per i tuoi denti.

Chə na menə tə levə, chə ll’altə t’arrəcendə Con una mano ti lava, con l’altra ti risciacqua (ti spilla quattrini).

Chə nu puenə e chə n’alì sə fescə menzadì Con un po’ di pane e un’oliva si fa mezzogiorno. Basta poco per vivere contenti.

Chə nu sì, t'imbiccə, chə nu no, tə spiccə Con un sì t’impicci, con un no ti spicci. A volte, per non trovarsi impelagato, piuttosto che fare un favore è meglio negarlo.

Chə nu soldə tunnə tunnə mannə a ffè ngulə tuttə u munnə Con un soldo tondo tondo mandi a quel paese tutto il mondo. Se possiedi molto non hai bisogno dell’aiuto degli altri.

Chərnutə e mazzəjetə Cornuto e bastonato. Al danno si unisce anche la beffa.

Chessə jè jacqua sandə e muertə Questa è acqua santa ai morti, in pratica non serve a niente.

Chi bonə manirrə sə torcə purə u firrə Con le buone maniere si riesce a torcere persino il ferro. Anche un carattere molto rigido può essere reso meno duro.

Chjangə sembə məsèriə Piange sempre miseria. Si dice di chi, anche se vive agiatamente, è solito lamentarsi della propria condizione.

Chjè ‘ngində e Martinə jində Chiave nel corsetto e Martino dentro. È la precauzione della donna che, dopo aver fatto entrare l’amante, chiude la porta e mette la chiave nel corsetto.

Chjù abbasscə scemə e chiù calabrisə acchjemə Più giù andiamo e più calabresi troviamo. Frase riferita dalle staffette altamurane mandate in avanscoperta verso la Calabria dal gen Felice Mastrangelo per conoscere la consistenza dell’esercito nemico del Cardinale Ruffo, composta per lo più da soldati calabresi. Oggi sta ad indicare il fatto che più si va avanti col lavoro o più ci si addentra in un problema e più difficoltà s’incontrano.

Chjù bruttə ca jè, nan bot’essə Più grave di quello che è, non può essere.

Chjù gnurə də la menzanottə nan bot’essə Più nero della mezzanotte non può essere. Significa che le cose non possono andare peggio e quindi è opportuno persistere in quanto la situazione, al punto in cui si è giunta, non può che migliorare.

Chjù ‘ndostə e chjù ‘ndostə pə ttàjə Più indurisce e più indurisce per te. Più aspetti e peggio è per te.

Chjù ‘nzusə sə ‘nghjenə, chjù fortə sə scennə Più su si sale, più forte (velocemente) si scende. Corrisponde a “chi troppo in alto sale, cade spesso giù molto rapidamente”.

Chjù ppicchə simə e mègghjə parimə Meno siamo e meglio è. Se si è in pochi la vita trascorre meglio, cioè con meno confusione.

Chjù rrannə je la pìstəle, chjù ccurtə jè u vangele Più lunga è l’epistola, più corto è il vangelo. Particolare liturgico che, applicato alla vita quotidiana, significa che bisogna cercare di mantenere lo stesso rapporto fra due cose, due eventi, ecc.

Chjù rrannə jè u purtonə, chjù wuressə avà jessə u cəndronə Più grande (importante) è il portone (personaggio a cui ti rivolgi), più grosso dev’essere il chiodo (la bustarella).

Ciacchə lassə é pərdutə Ciò che lasci è perso. Invito a non trascurare nessuna delle opportunità che la vita ci offre: ogni occasione va colta a volo.

Ciacchə nan uè fè l’a da fè apprimə Ciò che non vuoi fare lo devi fare prima. I lavori che metti da parte perché difficoltosi, li devi fare per prima.

Ciacchə portə apprissə? L’annə, i misə e ciacchə tenə appisə Qual è la sua dote? gli anni, i mesi e ciò che gli pende. È la risposta, un po’ ironica e ammiccante, dei genitori di lui, se nullatenenti, ai genitori della sposa.

Ciacchə sə discə? I sardə màngənə l’aliscə Che si dice? Le sarde mangiano le alici. Come a dire nulla di importante. Il modo di dire può continuare con: i causə də chesə nan zə dìscənə gli affari di casa non si dicono.

Ci addəmmannə nan bescə errorə Chi domanda non fa errori.

Cialleddə e penəcuettə sə rəpìgghjənə i maletə Con cialda e pancotto si riprendono i malati.

Ci caminə, lecchə; cə s’assitə, secchə Chi cammina, lecca; chi si siede, secca. Bisogna sempre darsi da fare; chi rimane inoperoso, può andare in rovina.

Ci caminə də nottə, caminə chə la mortə Chi cammina di notte, cammina con la morte, perché potrebbe essere più facilmente preda di malavitosi.

Ci càpia, càpiə Chi capisce, capisce (se no, è peggio per lui) (lat. qui vult capere, capiat = chi vuol capire, capisca). Corrisponde al latino: intelligenti pauca.

Ciccə fottə e Colə pè Ciccio fotte e Cola paga. Accade spesso che il dritto si diverte e il fesso paga.

Ci cresscə u puerchə e nan zu lu mangə, puerchə jè jiddə Chi cresce il porco e non lo mangia, porco è lui perché, dopo tanti sacrifici per allevarlo, non lo assaggia nemmeno.

Ci cummuannə fescə leggə Chi comanda fa le leggi (a suo vantaggio).

Ci dulàurə sendə, rùcchələ scettə Chi sente dolore emette grida.

Ci è fattə u caddə nan zendə chiù u dəlàurə Chi ha fatto il callo non sente più dolore.

Ci fumə e ci sckutə Chi fuma e chi sputa. Detto di chi gli viene l’acquolina in bocca nel guardare altri che fumano o, più genericamente, altri che hanno ciò che lui non ha o non può avere.

Ci də spəranzə cambə, dəspəretə morə Chi di speranza campa, disperato muore.

Ci jè buttenə: Marì la scialpə Chi è puttana: Maria la balbuziente; costei era nota per la sua professione non commendevole. Si evidenzia qui la tendenza a colpire sempre chi è conosciuto per una certa attività e mai le tante altre persone forse peggiori.

Ci lassə la streta vècchjə e pìgghjə la novə, sepə ciacchə lassə ma nan zepə ciacchə trovə Chi lascia la strada vecchia e prende la nuova, sa ciò che lascia e non sa ciò che trova. Non è prudente lasciarsi tentare da nuove opportunità dalle prospettive incerte, rinunciando ad un seppur modesto livello di vita, consolidato nel tempo e suffragato da un baga­glio di lunghe esperienze.

Ci lassə penə e cappə, amerə addau angappə Chi lascia pane e cappa, peggio per lui dove incappa. È bene essere previdenti per evitare di soffrire fame e freddo.

Ci la volə cottə e ci la volə crutə Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda. Non si può accontentare tutti.

Ci manəscescə, ‘ngiuluscescə Chi maneggia, si unge. Ci si dà da fare perché troviamo il nostro tornaconto.

Ci ‘mbrestə i soldə all’amiscə, perdə i soldə e l’amiscə Chi presta soldi agli amici, perde soldi e amici. Purtroppo si corre questo rischio se si prestano soldi ad amici.

Ci mè cammisə vəddə, ‘ngule ‘ngə appènnənə i mànəchə Chi mai camicia vide, in culo gli pendono le maniche (perché indossata alla rovescia). È una verità elementare: chi vive una vita che non è sua si trova a disagio e diventa ridicolo.

Ci mègghjə potǝ, mègghjə fescǝ Chi meglio può, meglio fa. Chi ha più risorse può fare meglio di chi ne ha di meno.

Ci mettə tuwàgghjə, mettə battàgghjə Chi mette la tovaglia, mette la battaglia. Chi invita a pranzo sostiene l’onere maggiore.

Ci morə sə nə vé, də ci rumuannə sondə i wé Chi muore se ne va, di chi rimane sono i guai.

Ci mostrə u cualəcagnə, mostrə u culə Chi mostra il calcagno, mostra il culo. Esagerato senso del pudore di altri tempi quando le gonne erano così lunghe da toccare terra.

Ci nan bè arestə, pè ammaturə Chi non paga acerbo paga maturo. Chi non paga subito pagherà poi con gli interessi maturati.

Ci nan bolə fè nu muìgghjə, nə fescə nu mugghjerə Chi non vuol fare un miglio, ne fa un migliaio. Si racconta che un uomo, divenuto esempio di poca scaltrezza, e non poteva essere diversamente, pensando di fare meno fatica, anzichè vedersi caricare sul dorso tutta la legna da portare in paese, chiese ed ottene di trasportarne poco per volta e così fu costretto a ripetere il tragitto per tantissime volte.

Ci nan brovə, nan gredə chi non prova, non crede. A volte è opportuno provare per credere.

Ci nan fatəjò michə, sə prucuò jind’a l’ardichə Chi non lavorò per niente fu sepolto nell’ortica. È una sorta di rimprovero nei confronti del poltrone.

Ci nan fràbbəchə e nan maritə, də cussə munnə nan nə sepə michə Chi non fabbrica e non si marita di questo mondo non ne sa nulla. Chi non mette su casa e famiglia non può capire le vere difficoltà della vita.

Ci nasscə tunnə na mmorə quatrə Chi nasce tondo non muore quadrato. Nessuno può cambiare la propria natura, così come un cerchio non può diventare un quadrato. Proverbio che indica come chi ha una certa forma mentale e un determinato carattere difficilmente li modificherà.

Ci nan z’arrattə chi menə sawə nan bassə mè u pruritə A chi non si gratta con le sue mani non passa mai il prurito. Meglio non confidare molto sugli altri.

Ci nan zendə la mammə e l’atténə morə da chenə Chi non ascolta la mamma e il padre muore da cane.

Ci ‘ngosə e scosə dəvendə majestrə Chi cuce e scuce diventa maestro. È necessario fare e rifare per diventare bravi. Ricorda l’ errando discitur (sbagliando s’impara) dei nostri saggi antenati latini.

Cində nuddə accədernə nu ciuddə Cento niente uccisero l’asino. Si racconta che una volta un tizio chiese ad un amico di usare il suo asino per trasportare delle cosette leggere na giacchəttə che non pesa nuddə, na vəsazzə che non pesa nuddə, nu sarcəniddə che non pesa nuddə , ecc... Alla fine il carico risultò così pesante che la povera bestia stramazzò al suolo e morì. Da quì il proverbio cində nuddə…

Ciòccərə e məgghjrrə s’addumèscənə a sta manerə: tərətinghə e tərətanghə Ciuchi e mogli si domano in questo modo: tərətinghə e tərətanghə, cioè, con le maniere forti. Non si può proprio dire che questo signore sia un femminista e animalista.

Ciocchə tə mangə joscə? Tre càusə andichə scuerzə, penə e məddichə Cosa ti mangi oggi? Tre cose antiche crosta, pane e mollica. Basta una cosa sola per saziarsi: il pane!

Ci parlə assè, picchə è ‘ndisə Chi parla troppo non viene ascoltato.

Ci parlə da sulə a murì vècchjə Chi parla da solo, morirà vecchio.

Ci pè apprimə, jè melə servutə Chi paga prima, è mal servito. È bene non riporre molta fiducia nel prossimo e quindi pagare, o manifestare riconoscenza, a prestazione avvenuta.

Ci pèchərə sə fescə, mocchə o lupə fərnesscə Chi si fa pecora, finisce in bocca al lupo. Contro i soprusi o le violenze non bisogna essere troppo remissivi, perchè si rischia di più.

Ci pisscə condravində s’ammoddə i calzedində Chi piscia controvento si bagna le mutande. Meglio non andare controcorrente per non incappare in qualche guaio.

Ci stuscə u piattə, jevə u zitə (i filə) berəfattə Chi pulisce il piatto, cioè mangia tutto e fa persino la scarpetta, avrà un marito bello (i figli belli).

Ci ritə də vənərdì, chjangə pə tre ‘ddì Chi ride di venerdì, piangerà per tre dì. Allude ai valori di penitenza e di mortificazione connessi col venerdì, nonchè alle credenze popolari che considerano questo un giorno di malaugurio. In italiano c’è un proverbio simile che dice: chi ride di venerdì, piange di domenica.

Ci s’accundendə də picchə, jè ricchə Chi si contenta di poco, è ricco. Corrisponde a: chi si contenta, gode.

Ci s’avandə da sulə, jè nu fasulə Chi si vanta da solo, è un fagiolo. Di solito coloro che si vantano di avere tutto o saper fare tutto sono persone che non valgono o non hanno un tubo. Corrisponde all’italiano: Chi si loda s’imbroda.

Ci sckutə ‘ngillə, ‘mbaccə ‘ngə venə Chi sputa in cielo, gli ritorna in faccia. Sputare a chi è molto più in alto di noi, può avere l’effetto boomerang; è opportuno, quindi, pensare prima di agire o di parlare.

Ci sə jalzə prestə la matinə, wuadagnə u cuarrinə Chi si alza presto la mattina, guadagna il carlino. Bisogna essere solleciti per cogliere eventuali occasioni favorevoli. Il carlino è l’antica moneta d’oro e d’argento coniata nel 1278 da Carlo I d'Angiò, da cui deriva il nome, in circolazione nel Regno di Napoli.

Ci sə ‘mbiccə sə jàcchjə jind’e pasticcə Chi si impiccia, si trova nei pasticci. Ci si chiede a volte se fosse valsa la pena intervenire per fare del bene.

Ci sə mettə tra srurə e fretə, sə jàcchjə senza wustə e l’ògnərə cazzetə Chi si mette fra fratelli e sorelle, si trova senza gusto e le unghje schiacciate. In altre parole è meglio non intromettersi in litigi fra fratelli e sorelle per evitare di avere la peggio.

Ci sepə ca nan zepə, sepə chjù də ci sepə Chi sa che non sa, sa più di chi sa. Non è uno scioglilingua, ma una verità che ricorda Socrate col suo so di non sapere.

Ci sə scusə, s’accusə Chi si scusa, si accusa. Per dirla con i nostri avi: Excusatio non petita, accusatio manifesta (le scuse non richieste sono un evidende segno di autoaccusa).

Ci sparagnə, nan wadagnə chi risparmia, non guadagna. Ciò che costa poco è spesso roba di scarsa qualità.

Ci spartə, jevə la mègghja partə Chi fa le porzioni, si riserva la parte migliore. Chi gestisce, riesce sempre a trarne benefici. L’espressione viene anche interpretata così: chi cerca di dividere due persone che litigano, ha la parte migliore (delle botte), cioè ha la peggio. Una storiella altamurana parla di due fratelli che stavano bisticciando su come spartirsi i cinque uccellini che avevano catturato. Passò un prete che, vedendoli litigare, si propose di dirimere la controversia e disse: “Due uccellini spettano a me di diritto; altri due vanno a me perché sto dividendo, l’ultimo lo prendo io per il fastidio che mi sono preso”. Ciò detto, se ne andò mentre uno dei ragazzini, ancora stupito, disse:- Allorə jè verə ca ci spartə jevə la mègghja partə.

Ci stè sottə abbottə Chi sta sotto gonfia. Chi è in una condizione o posizione di subalternità deve sopportare.

Ci tandə fatəjò, jind’a nu sacchə sə prəcuò Chi tanto ha lavorato, in un sacco fu sepolto. È un invito a non lavorare come bestie.

Ci tandə tandə, ci nudda nuddə Chi così tanto, chi proprio nulla. Amara osservazione sull’ingiustizia umana.

Ci tenə furtunə, sə scettə a merə e l’acquə u scettə forə Chi ha fortuna, si butta a mare e l’acqua lo ributta butta fuori.

Ci tenə i wè sə li chjangə e cə tenə u puerchə sə lu mangə Chi ha guai se li piange e chi ha il porco se lo mangia. Detto che si addice molto bene all’egoista.

Ci tenə legnə vè ‘Nzardegnə Chi ha lingua arriva pure in Sardegna. Chi non sa è opportuno che chieda per arrivare dovunque. L’ espressione può essere intesa anche nel senso che saper parlare o conoscere le lingue dà la possibilità di arrivare ovunque. Stessa interpretazione se si considera che Legnə significa pure legno, cioè, nave; quindi, chi ha mezzi, può arrivare ovunque.

Ci tenə nesə, tenə crəjanzə Chi ha naso, ha creanza. Allude a chi ha fiuto per il buon modo di agire.

Ci tenə pruritə, s’arrattə da sulə Chi ha prurito, si gratta da solo. Meglio non confidare molto sugli altri.

Ci tenə secchə avà ggì o puzzə Chi ha sete deve andare al pozzo. Chi ha bisogno di qualcosa la deve cercare.

Ci tenə tərnisə vè purə ‘mbaravisə Chi ha denaro va pure in paradiso. Chi è ricco ottiene tutto ciò che vuole.

Ci tə potə ammənè ‘nderrə? Nu ciuccə scurcetə Chi ti può buttare a terra (criticare)? Un asino scorticato (uno peggio di te).

Ci trattə chə la mmerdə, cə nan zə suzzə, avà ffətesscə Chi tratta con la merda, se non si sporca, puzzerà. Chi frequenta certe persone o certi ambienti, ne rimane impregnato.

Cittə cittə ‘menz’a chjazzə Zitto, zitto in mezzo alla piazza. È una specie di rimprovero verso chi non sa custodire quanto gli è stato o rivelato confidenzialmente e anche se ne parla sottovoce, le dice, però, in piazza dove facilmente molti possono ascoltare.

Ci vè a Rromə, perdə la boltronə Chi va a Roma, perde la poltrona. Si dice a chi, lasciato il proprio posto, al ritorno lo trova occupato. Un proverbio analogo lo troviamo in Spagna: quien va a Sevilla, pierde su silla = chi va a Siviglia perde la sua sedia.

Ci vengə apprimə, chechə la farinə Chi vince prima, ci rimette poi la farina. Chi non si ritira in tempo dopo una vincita è destinato ciò che ha guadadnato.

Ci vè rittə cambə afflittə Chi va diritto campa afflitto. Vale a dire che chi si comporta onestamente non si arricchisce. È un proverbio valido, purtroppo, per tutti i tempi.

Ci volə benə all’ècchjə, vè murennə Chi vuol bene all’occhio, va morendo. Corrisponde grosso modo a: chi dorme non piglia pesci.

Ci volə cambè buenə pəgghjessə u munnə comə venə Chi vuol vivere bene deve prendere il mondo come viene. Ricorda l’oraziano Carpe diem.

Ci volə fəlè, filə o spuitə Chi vuol filare fila allo spiedo. Vale a dire che se si vuol lavorare si può trovare il modo.

Ci vulimə cambè cundində, stàmənə lundenə de parində Se si vuol vivere contenti, si stia alla larga dai parenti.

Ci zappə jində a scənnerə, jègnə u panerə Chi zappa in gennaio, riempie il paniere.

Ci zappə vevə all’acqua, ci fottə vevə a la wottə Chi zappa beve acqua e chi fotte beve alla botte. Accade spesso a questo mondo che il cosiddetto furbo scansa la fatica e ottiene più di quanto meriterebbe.

Com’e dìbbətə sondə i uè, cə li tenə sə li pè I guai sono come i debiti, li paga chi li ha.

Comə Ddìjə tə la mannə, tə la dà tənè Come Dio te la manda te la devi tenere.

Comə jèrəmə, Sanderəmə Come eravamo, Santeramo. Significa che tutto è come prima. Santeramo è presente solo per una questione di rima.

Comə jè u chəlàurə, jè l’amàurə Come è il colore, così è il sapore. Una volta la vista aiutava molto a capire il sapore delle cose da mangiare; oggi, però, è molto difficile, visto l’aggiunta dei vari additivi.

Comə mə fè la sunetə, dachəssì tə fazzə la balletə Come mi fai la suonata, così ti faccio la ballata. In pratica si è serviti secondo come si paga, e per dirla con un latino maccheronico preso da “U muttə cə nan è minzə jè tuttə” di Diego Carlucci e Francesco Fiore: come est pagatio, così est pittatio.

Comə tenə i capiddə, dachəssì tenə u cərviddə Come ha i capelli, così ha il cervello. A volte l’aspetto esteriore rispecchia il carattere.

Crawuttə mìjə crawuttə, a ttàjə tə dichə tuttə Buco, buco mio (bocca, bocca mia) a te dico tutto. Dice così chi vuole tenere tutto segreto.

Crisscə filə e crisscə puercə ca l’accitə e ti li mangə Allevi figli e allevi maiali che almeno li ammazzi e te li mangi. Spesso il sacrificio speso per i figli non viene riconosciuto dagli stessi mentre, dice il detto popolare, crescendo i maiali alla fine ci si può trarre più vantaggi.

Cristə espostə e i lambə stutetə Cristo esposto e le lampade spente. Espressione usata quando il personaggio principale di un evento è pronto da tempo e tutto il resto non si vede ancora.

Cristə li fescə e u diàulə l’accòcchjə Cristo li crea e il diavolo li unisce. È un motto che ricorre spesso alla mente quando si vuole indicare una coppia male assortita, non necessariamente marito e moglie oppure quando si vedono atti continui di mutua incensazione fra due persone di scarsa intelligenza. Ricorda in qualche modo il latino: asinus asinum fricat = l’asino accarezza l’asino.

Cristə vàitə e prəvvàitə Cristo vede e provvede.

Cuddə annuscə sckittə i pədùcchjə jind’a purteddə quello porta solo pidocchi nella patta. Modo di dire riferito a chi non porta mai niente.

Cuddə ca condə ‘ngə mettə la sciondə Colui che racconta ci mette l’aggiunta. Un fatto viene di continuo alterato ed ingigantito da coloro che lo riportano.

Cuddə ca sondə, tu l’adà jessə; cuddə ca sində, jì u sò stetə Quello che sono, tu lo sarai; quello che sei, io lo sono stato. È il monito che gli anziani ripetono spesso ai giovani affinché rispettino di più la loro non più tenera età.

Cuddə ca sparagnə u staffilə nan volə benə e filə Chi risparmia lo staffile non vuole bene ai figli. L’eccessivo permissivismo vizia i figli.

Cuddə c’a ttàjə t’aggiovə a màjə me ve ‘mbaccə o nesə Quello che a te giova a me va in faccia al naso (a me nuoce).

Cuenzə e cuenzə na petə Condisci e condisci anche una pietra. Tutto ciò che non piace, se condito per bene risulta gustoso.

Cu furnerə tə la pìggghjə? Penə jarse avè! Col fornaio te la prendi? Pane bruciato avrai. Se litighi con chi ha un certo potere, aspettati prima o poi la sua vendetta.

Cundə spissə e aməcìzzja lognə Conti spesso e amicizia lunga. È bene sistemare spesso i conti con parenti e amici perché gli interessi sono nella gran parte dei casi motivo di rotture e litigi.

Cundində e cutəletə, la chepə lorə jind’a pəgnetə E vissero felici e contenti; le nonne o le mamme terminavano di raccontare le fiabe ai loro piccoli con la frase: cundində e cutuletə, la chepa lorə jinda pəgnetə (contenti e cullati, la testa loro nella pentola). Perché poi dovevano mettere la loro testa nella pentola per vivere felici e contento, non si sa!

Cùnzələ e banghettə, cə li fescə sə l’aspettə Consoli e banchetti, chi li fa se li aspetti. È buona norma ricambiare le cortesie ricevute.

Cunzìgliə də vulpə, dammaggə də jaddinə Consiglio di volpi, danno di galline. I consigli di furbastri nascondono di sicuro guai per gli altri.

Cunzìgljə nan bajetə, nan venə cunzədəretə Il consiglio non pagato non viene ascoltato.

Curtə e meləcavetə Corto e malizioso. Persona di cui è meglio non fidarsi. È luogo comune considerare il piccolo di statura scaltro e malvagio.

Cu scialpə nan gandè e cu zeppə nan ballè Con il bleso non cantare e con lo zoppo non ballare. Si potrebbe andare incontro a grosse difficoltà o, secondo alcuni, venire addirittura superato in abilità.

Cussə jè u cucchə ch’è fattə la pəpì Questo è l’uovo che ha fatto pio pio. Espressione irrisoria verso chi vuol prendersi il merito di qualcosa che non ha fatto o che parla a sproposito.

Cussə munnə jè ccom’a nu pusaturə: joscə ‘ngulə a ‘ttàjə e cremenə purə Questo mondo è come il pestello: oggi in culo a te e domani pure. Quando si dice sfortuna.

D’addau pìgghja pìgghjə so tuttə na manerə Sono tutti gli stessi da ovunque tu prenda (espressione che si sente spesso dal fruttivendolo dietro la bancarella). In senso lato ha un significato negativo per dire che non c’è differenza fra un partito e l’altro, una persona e l’altra.

Da Ddìjə e da i vəcinə nan də puetə nasconnə Da Dio e dai vicini non ti puoi nascondere. Dio è onnisciente, ma i vicini sono ficcanasi e impiccioni.

Da i məninnə s’appurə la vərətè Dai bambini si appura la verità.

Da jində mə venə, da forə mə wutterrə Da dentro mi viene, da fuori mi trabocca. Esprime un forte rancore.

Da latrə a latronə Da ladro a ladrone. Corrisponde grosso modo all’italiano: dalla padella alla brace.

Dammə ‘ngannə e spìzzəmə na jammə Dammi in gola (qualcosa da mangiare) e spezzami (pure) una gamba. Prendimi per la gola e faccio ciò che vuoi. Amara constatazione di come si corrompe la gente.

Da na mela spinə nasscə na bella rosə Da una brutta spina nasce una bella rosa. A volte da riprovevoli genitori provengono figli lodevoli.

Da na rècchjə tresə e da l’altə jessə Da un orecchio entra e dall’altro esce. Non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire.

Da Natelə a Sandə Səluistrə tutt’i pèttələ uonnə o distə Da Natale a San Silvestro tutte le pettole vanno nella fogna (perché mangiate e digerite).

Da nu dendə u sapənə trendə Da un dente (una persona) lo sanno in trenta. Le notizie si diffondono rapidamente.

Da nu muandiddə nan butì assì nu scuffulìcchjə Da un mantello non potè venir fuori un berrettino. Presa in giro di chi non è bravo nel proprio lavoro come il sarto che spreca tanta stoffa per fare qualcosa di piccolo.

Da Rotə a Pəletə Da Erode a Pilato. Si tratta qui di Erode Antipa, Tetrarca della Galilea ai tempi di Gesù. Quando si trattò di decidere la sorte di Gesù i sommi sacerdoti cercarono di affidare il caso al Procuratore romano di Giudea Ponzio Pilato, ma questi lo rimandò nuovamente al giudizio di Erode. Nel Vangelo di Luca (XXIII,5-11) infatti si legge: “Ma essi insistevano, dicendo: Egli solleva il popolo insegnando per tutta la Giudea; ha cominciato dalla Galilea ed è giunto fin qui. Quando Pilato udì questo, domandò se quell’uomo fosse Galileo. E saputo ch’egli era della giurisdizione d’Erode, lo rimandò a Erode ch’era anch’egli a Gerusalemme in quei giorni. Erode, come vide Gesù, se ne rallegrò grandemente, perché da lungo tempo desiderava vederlo, avendo sentito parlar di lui; e sperava di vedergli fare qualche miracolo. E gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. Or i capi sacerdoti e gli scribi stavan là, accusandolo con veemenza. Ed Erode co’ suoi soldati, dopo averlo vilipeso e schernito, lo vestì di un manto splendido, e lo rimandò a Pilato”. La locuzione, oggi, ha assunto il significa di inviare una persona che ha un problema da risolvere da un'autorità all'altra o da un posto all'altro, facendole perdere tempo in inutili ricerche o consultazioni. È usato per descrivere i tempi e metodi della burocrazia ed anche evitare di addossarsi una responsabilità invitando qualcuno a rivolgersi ad altri.

Ddìjə tə wardə da vasscia cadutə Iddio ti guardi da basse cadute. A volte da sciocche cadute possono derivare danni molto seri.

Ddò mə chjandò tetə Qui mi piantò mio padre. Si dice di una persona irremovibile o che non vuole cambiare abitudini.

Dèbbətə luwetə, fandasì passetə Debito tolto, preoccupazione passata.

De Chəlonnə, Clemendə e Calì lìbərə, Səgnorə, la chesə mi Dai Colonna, Clemente e Calia libera, Signore, la casa mia. Sono evidenziate le beghe di famiglia come accadeva e accade ancora oggi.

Dəfrìsckətə fìgghja majə; vinnə a rombə do ləjonə Riposati figlia mia; vieni a rompere un po’ di legna. Sembra strano, ma pare che cambiare attività dia una senso di riposo.

Də la jaddina vècchjə u brodə jè buenə Della gallina vecchia il brodo è buono.

Də Vènərə e də Martə nan zə sposə e nan zə partə e nan zə dè prəngìpiə ad artə Di venerdì e di martedì non ci si sposa e non si parte e non si dà inizio a lavori. Secondo la credenza popolare erano giorni portatori di sfortuna.

Dimmə a cə sə fìgghjə e tə dichə a cə arrasəmìgghjə Dimmi a chi sei figlio e ti dico a chi somigli (nell’aspetto e nel carattere). Se detta in presenza del destinatario esprime elogio sottintendendo l'appartenenza a stimate famiglie; ma in assenza è spesso usata per esprimere maldicenze.

Discə l’awuchetə e cləjində: Vu dəcìtəmə la vərətè, ca, fignə a quannə tənitə soldə, mə la vàitə jì a ‘mbrəgghjè i cartə voi ditemi la verità, chè, fin quando avete quattrini, sarà compito mio alterare la documentazione.

Discə u mulafuercə nuddə mə dè, nuddə tə fazzə Dice l’arrotino nulla mi dai, nulla ti faccio. Se vuoi pagare poco, il risultato del lavoro sarà scadente.

Dəscì cuddə də Bətondə mègghjə chjattə ca dəpondə Disse quello di Bitonto meglio coricato che in piedi. Secondo questo detto è meglio riposare che lavorare.

Do meləpajatàurə angappə ciacchə puetə Dal cattivo pagatore prendi quel che puoi (per non correre il rischio di non recuperare nulla).

Doppə i cumbuittə jèssənə i dəfittə Dopo i confetti vengono fuori i difetti. Dopo il matrimonio emergono i contrasti, cioè, per conoscere una persona bisogna praticarla a fondo.

Doppə la festə, la təmbestə Dopo la festa la tempesta. Dopo una festa c’è da lavorare molto (la təmbestə) per rimettere tutto inordine.

Doppə mangetə, vinnə a mangə che mmàjə Dopo aver mangiato, vieni a mangiare con me. Si dice quando ti si offre un aiuto nel momento in cui non serve più.

Doppə u candə venə u chjandə Dopo il canto viene il pianto. Non si è sempre felici: alla gioia segue il dolore.

Doppə u dolcə sté l’amerə Dopo il dolce viene l’amaro.

Do sondə i cristienə onestə cuddə ca nasscə e cuddə ca morə Due sono le persone oneste, quello che nasce e quello che muore. Pessimistica costatazione della realtà.

Do sondə i putində: i tənində e i nullatənində Due sono i potenti: quello che ha troppo e quello che non ha niente. Oltre che con i ricchi, ci si ha da rimettere anche con chi non ha nulla da perdere.

È cchjetə la formə du puetə su Ha trovato la forma del suo piede, cioè chi l’ha saputo mettere a posto.

È ffattə furia frangesə e rətreta spagnolə Ha fatto furia francese e ritirata spagnola. Dicesi di chi parte in quarta per una qualsiasi azione e poi si ferma bruscamente o si tira indietro.

È ffattə u puirdə ‘nganistrə ha fatto il peto nel canestro. Si dice quando si vuole presentare in pompa magna cosucce di poco conto.

È fernutə a brodə də cìcərə È finito a brodo di ceci. Non è un buon brodo; indica mancanza di serietà, conclusione deludente.

E giùvənə lùscənə l’annə, e vìcchjə lùscənə i pannə Ai giovani splendono gli anni, ai vecchi splendono i panni. Non c’è bisogno di commento.

E jè u ciuccə, e arràgghjə Persino l’asino raglia. Forma di rimprovero verso chi passando o entrando in casa non saluta.

E mo attàcchətə o trammə Ed ora attaccati al tram. Adesso arrangiati.

È passetə San Gəseppə chə la chjanuzzə. È passato S. Giuseppe con la pialla. Poco simpatico per una donna dal seno molto piccolo.

È pərdutə l’ufə e l’àscənə Ha perso l’uva e l’acino. L’espressione vuol dire che a volte per salvare tutto, si perde tutto.

È ggiutə a ccərchè ràzzjə e je vutə giustízzjə È andato a chiedere grazia ed ha avuto giustizia. È il lamento di chi non ha ricevuto il trattamento sperato e sarebbe stato meglio se fosse rimasto al suo posto lasciando stare tutto com'era.

E sfurtənetə ‘ngə arrìvənə i cazzə ‘ngulə purə quannə stonnə assisə Agli sfortunati arrivano cazzi in culo anche quando sono seduti. Fatalistica certezza: se uno è sfortunato, non c'è nulla che può salvarlo. Ricorda il detto napoletano “chi nasce puverillo e sfortunato ‘nce chiòvene e cazze ‘nculo pure si sta assettato”.

È successə ca da nu frugnə è vənutə l’accessə È successo che da un foruncolo è derivato l’ascesso, come a dire che da una bazzecola è scaturito un grosso guaio.

Faccia tostə di jaddinə vìcchjə Faccia tosta come le galline vecchie. L’espressione indica insolenza, arroganza.

Facimə u muìdəchə e u maletə Facciamo medico e malato; non si possono fare nello stesso tempo cose opposte.

Fallə tertə ca sə jàcchjə rittə Fallo alla rovescia che si troverà diritta. È un invito ad azzardare; anche se può sembrare sbagliato, bisogna osare perché, come dicevano i latini: audaces fortuna iuvat (la fortuna aiuta gli audaci).

Fatì fattə, dənerə aspettə Lavoro fatto denaro spetta. Ad ogni attività lavorativa spetta la giusta ricompensa.

Fattə accitə e fattə accitə da iunə buenə Fatti ammazzare ma fatti ammazzare da uno bravo. È sempre meglio andare da uno bravo per una qualsiasi prestazione.

Fattə u nomə e vinnə u mirrə acitə Fatti un nome e vendi il vino aceto. Una buona reputazione consente ai venditori di affrontare il mercato senza preoccupazioni perché la percezione che la gente ha di loro è molto importante.

Fəbbrerə curtə e amerə Febbraio corto e amaro. Febbraio, sebbene sia il più corto dei mesi, è il più duro da passare.

Fè comə dichə jì e nan facennə comə fazzə jì, discə u prevətə Fai come dico io e non fare come faccio io, dice il prete.

Fè comə sə ffattə pə nna jjessə chiametə mattə Fai come sei fatto per non esser chiamato matto. Per evitare critiche, agisci secondo le tue possibilità e come sei in realtà.

Fəgghjò la mundagnə e nascì u trendarulə Partorì la montagna e nacque il trentarolo. Il trentarolo è un uccello minuscolo dalla lunga coda. Ricorda l’oraziano “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”, cioè, "I monti partoriranno, nascerà un ridicolo topo" (Orazio, Ars poetica, verso 139). La frase è divenuta proverbiale, e si usa per dire, in tono sarcastico, per indicare che un evento è stato o sarà di gran lunga inferiore alle attese.

Fèmənə e fuechə giamìndələ quannə puetə Donna e fuoco stuzzicale quando puoi. Stuzzicarli nel momento giusto per mantenerli sempre vivaci.

Fərrarì o spegiarì fìrrəmə u ciuccə ca mə n’àgghja ggì Ferreria (bottega del fabbro) o farmacia ferrami l’asino che devo andare. Vuol dire che a volte è una perdita di tempo disquisire su sottigliezze, anche se nella fattispecie non è proprio una sottigliezza.

Fescə chjù la pràttəchə ca la scienzə Fa più la pratica che la scienza.

Fescə l’artə də crəjalassə mangə, bevə e vè a spassə Fa il mestiere di crealasso: mangia, beve e va a spasso. È il poltrone.

Fescə primə la fèmənə ad acchjè na scusə ca nu surəcuìcchjə ad acchjè u purtusə Fa prima la donna a trovare una scusa che un topolino a trovare un buco.

Fescə u fessə pə nan gì a la werrə fa il finto tonto. Lett.: fa il fesso per non andare in guerra.

Fescə u minghjarilə jind’a l’acquə finge di non capire. Lett.: fa il fesso nell’acqua.

Festə, frastirrə e melətimbə Festa, forestiero e cattivo tempo. Riferimento al poltrone per il quale qualsiasi occasione (festa, ospite forestiero, tempo cattivo) è buona per non lavorare.

Fè u mustirrə ca se fè, ca cə nan d’arrəcchisscə adà cambè Fai il mestiere che sai fare che se non ti arricchirai di certo camperai. Meglio non rischiare con mestieri non propri.

Fè u puassə ca puetə fè, sə no adà ciambəchè Fai il passo che puoi fare altrimenti inciamperai. Bisogna regolarsi secondo le proprie possibilità.

Fìgghjə netə, dəstinə detə Figlio nato, destino dato. Ognuno ha il suo destino sin dalla nascita.

Fignə a quannə la pèchərə fescə bee, u lupə sə la mangə Fino a quando la pecora bela, il lupo se la mangia. A volte è necessario agire in fretta.

Fignə ca u muìdəchə studiescə, u maletə morə Finché il medico studia, il malato muore. Se continuiamo a perdere tempo rischiamo di compromettere tutto.

Fongə vistə da l’ecchje nan gresscə cchjù Fungo visto dall’occhio non cresce più. Se viene visto, ancorchè piccolissimo, il fungo viene subito colto.

Franghə è muertə, mo stè Franghinə ca sə pè apprimə Franco è morto, ora sta Franchino a cui si paga prima. L’espressione, basata suil gioco di parole franghə (gratuito) e Franghə (Franco), indica che nulla è grauito e che tutto si paga, magari in anticipo!

Frusscə də scàupa novə Fruscio di scopa nuova. È l’entusiasmo della novità. Ha un sapore ironico ed è riferito a chi, all’inizio, si mostra zelante e laborioso e probabilmente in seguito si comporterà come tutti gli altri, risparmiandosi in ogni azione intrapresa.

Furtunə e cazzəngulə bəjetə a cə ll’evə Fortuna e cazzo in culo, beato chi li ha. Spesso la vita ci riserva solo sventure, perciò è da considerarsi beato colui la cui vita è un alternarsi di momenti felici a momenti tristi. Se si dà un senso positivo al termine cazzəngulə, il significato diventa che per riuscire, si ha bisogno di buona sorte e di un insieme di situazioni favorevoli.

Gesə Cristə jè fìgghjə də mestə d’asscə, fescə i cruscə e l’ammenə abbasscə Gesù Cristo è figlio di falegname, fa le croci e le manda giù.

I canetə sò sckumə də pəgnetə I cognati sono schiuma di pignatta. Così come si toglie la schiuma dalla pignatta, per amore del quieto vivere è meglio tenere alla larga i cognati. Per amore del quieto vivere è meglio tenere alla larga i cognati.

I capiddə a la motə e i pədùcchjə a tramotə Capelli alla moda e pidocchi in quantità. Critica, forse, i capelloni.

I capundə fannə assè ca sə jàcchjənə appundə I capunti fanne assai che si trovano giusto.

I capundə tènənə u stisə ma nan tenənə u pisə I capunti hanno volume ma non hanno peso.

I cəresə, pàurə a chedda vendə addau u puenə nan dresə Le ciliegie, povera quella pancia dove il pane non entra. Le ciliegie sì, ma a chi ha fame non riempiono la pancia.

I chjàcchjərə nà jègnənə la vendə Le chiacchiere non riempiono la pancia. Consiglio a tagliare corto a tante parole inutili quando bisogna prendere decisioni concrete.

I chiàcchiərə sò chiàcchiərə e i capundə jènghiənə la vendə Le chiacchiere non riempiono la pancia. Si usa quando si vuol tagliare corto a tante parole inutili, mentre bisogna prendere decisioni concrete.

I chjàcchjərə sò ccomə e cəresə: junə tira l’altə Le chiacchiere sono come le ciliege una tira l’altra.

I ciòccərə sə ‘mbrènnənə e i varrilə wonnə pə ssottə Gli asini litigano e i barili si rompono. Molto spesso le conseguenze di una lite hanno ripercussioni negative su coloro che con questa non hanno nulla a che vedere.

I cornə di signurə sò də vammescə, chiddə di pacchjenə sò d’anuscə Le corna dei signori sono di bambagia, quelle dei popolani sono di (legno di) noce. Il proverbio sottolinea la differenza fra la morale un po’ accomodante dei nobili e quella più marcata del popolo.

I crəjaturə jàvənə u làusə e i rannə fàscənə i càusə I bambini hanno la colpa ma sono i grandi che fanno i fatti. Spesso l’innocente è ritenuto responsabile.

I dèsctərə də la menə nan zò tuttə eguelə Le dita della mano non sono tutte uguali. È errato ritenere che le persone debbano comportarsi alla stessa maniera per il sol fatto di appartenere alla stessa famiglia perché siamo tutti diversi l’uno dall’altro.

I dəsignə di pauriddə nan arrəjèsscənə mè I progetti dei poveri non si realizzano mai.

I falzə amiscə da nanzə t’allìscənə e da retə tə pìscənə I falsi amici davanti ti lisciano, da dietro ti pisciano. Molto meglio non fidarsi mai degli amici che ti lusingano.

I fèmǝmǝ so ccom’e spaghittǝ: chjù li scallǝ ecchjù s’attacchǝnǝ Le donne sono come gli spaghetti: più li cucini (riscaldi) e più si attaccano.

I filə fèmənə so cambielə Le femmine sono cambiali. Ciò perché per il loro matrimonio bisognava approntare il corredo.

I filə quannə so məninnə so cəndroddə, quannə so rannə so cəndrunə I figli se sono piccoli sono chiodini, quando son grandi sono chiodoni. Le preoccupazioni aumentano con l’età dei figli.

I filə s’accarèzzənə quannə dòrmənə I figli si accarezzano quando dormono. I genitori dovevano mostrarsi rigidi per poter essere credibili e rispettati; perciò evitavano di abbandonarsi a momenti di tenerezza perché i figli potevano interpretare ciò per un atto di debolezza.

I filə so la rəcchezzə də la chesə I figli sono la ricchezza della casa.

I fotrə wonnə cummuattennə e i sciàbbələ stonnə appisə o puaràitə I foderi stanno combattendo e le sciabole stanno appese al muro. Esprime rimprovero nei confronti di chi sta alla finestra invece di impegnarsi nel lavoro.

I mədəcinə tə donnə la salutə e tə lèvənə la sandetə Le medicine ti danno la salute e ti tolgono la sanità. È noto a tutti che le medicine, a volte, pur sanando il male per cui vengono prese, intaccano qualche altra parte dell’organismo.

I mònəchə də Sanda Chierə primə fòrənə arrubbuetə e po’ məttèrənə u cuangiddə də firrə Le monache di S. Chiara, prima furono derubate e poi misero il cancello di ferro. Ciò insegna ad essere previdenti.

I muertə càmbənə i vivə I morti campano i vivi. Ovviamente ci si riferisce a tutto l’indotto che ruota attorno all’evento luttuoso.

I paràulə də la sàirə nan zə jàcchjənə la matinə Le parole della sera, non si trovano la mattina. Forma di rimprovero nei confronti di chi non mantiene la parola data.

I parində so ccomə e scarpə, chiù strettə sondə e chjù fàscənə melə I parenti sono come le scarpe: più stretti sono e più fanno male. I congiunti più prossimi sono quelli che ti arrecano maggiori dispiaceri.

I scànnerrə ‘nnanzə e i siggə retə Gli scanni davanti e le sedie dietro. Nella vita, purtroppo, i posti più importanti sono occupati da chi vale meno.

I səndinzə sò ccom’e fògghjə: ci li səmənescə l’arrəcògghjə Le sentenze sono come la verdura: chi la semina la raccoglie.

I soldə fàscənə japrì l’òcchjərə pur’e cəchetə I soldi fanno aprire gli occhi pure ai ciechi. È veramente potente il denaro se può fare questo. Il senso vero è che al fascino del denaro quasi nessuno sa resistere.

I spichə dəpondə tènənə la chepə vacandə Le spighe diritte sono vuote. Allo stesso modo il borioso ha quasi sempre la testa vuota, è senza personalità.

I tristə ne volə manghə Cristə I tristi non li vuole neanche Cristo.

I wè vènənə a ccavaddə e sə nə wonnə all’appitə I guai vengono a cavallo, cioè, velocemente e se vanno a piedi, cioè, lentamente.

Jàcchjə u mònəchə a castə e pìgghjələ a risə Trova il monaco a casa tua e prendila a risata, cioè, fatti una risata. Le avversità ed i contrattempi vanno presi con filosofia, in altre parole bisogna fare buon viso a cattivo gioco.

Jacquə d’abbrilə ognə ‘nziddə nu warrilə Acqua d’aprile ogni goccia un barile. La pioggia di aprile, anche se poca, è utile per la campagna.

Jacquə d’austə jègghjə e mustə Acqua di agosto olio e mosto. La pioggia di agosto porta abbondante vino e olio.

Jacquə e mortə stonnə retə a la portə Acqua e morte stanno dietro la porta. La imprevedibilità delle cose come la pioggia ed addirittura la morte sono sempre a portata di mano. È bene perciò essere sempre pronti ad ogni evenienza.

Jaddinə ca caminə ciambə səzzə e cuazzə chjinə Gallina che cammina, zampe sporche e gozzo pieno. Chi cerca troverà sempre, prima o poi, la convenienza.

Japrə l’òcchjərə ca a ‘cchjùdələ nan gə volə nuddə Apri gli occhi che a chiuderli non ci vuole niente. Fare molta attenzione in situazioni che possono presentare dei rischi.

Jartə chə jartə, u lupə e pèchərə Arte con arte, il lupo alle pecore. Ad ognuno il suo mestiere.

Jàrvələ e filə l’adà drəzzè apprimə Alberi e figli li devi raddrizzare all’inizio (dopo può essere troppo tardi).

Jassə ca la senə la cambenə, cə nan è dəvotə nan gə venə Inutile suonare la campana, chi non è devoto non ci viene. A volte infatti il richiamo è una perdita di rempo.

Jattə ‘nfarənetə qualchə cazzə a cumbunetə Gatto infarinato qualche danno ha combinato.

Jàutənə do nesə o mussə Abitano dal naso alle labbra; il modo di dire deriva dal napoletano ‘o naso e ‘a vocca e indica due luoghi vicinissimi.

Javìtətə ca Ddij tə javitə Aiutati che dio ti aiuta. Il proverbio insegna a non andare in cerca di guai.

Javìtətə da pəzzendə arrəcchəssciutə Guardati dal pezzente arricchito. Questi, infatti, dimenticando le proprie origini diventa spesso prepotente, arrogante e cattivo quasi volesse vendicarsi, in qualche modo, delle sofferenze e umiliazioni passate.

Jè amerə com’o cianghə È amaro come il veleno. U cianghə è un’infiammazione sulla mucosa della bocca specialmente dei bambini che dà un senso di forte sapore amaro come il veleno.

Jè arrəvetə u Sandə Natelə senza dənerə, senza dənerə. Mo vədimə ce l’acchjemə ‘mprundə, doppə natelə, facimə i cundə È arrivato il Santo Natale senza denari, senza denari. Ora vediamo se li troviamo in contanti, dopo natale facciamo i conti.

Jè attacchetə alla fatìjə com’o cuenə alla cəpoddə È legato al lavoro come il cane alla cipolla. Si sa che le cipolle hanno un effetto negativo sui cani perché queste contengono un composto che agisce a livello dei globuli rossi e, se le ingeriscono, qualche giorno dopo, compaiono sintomi, quali, vomito, diarrea e urine scure. Il proverbio ironizza su che ha poca voglia di lavorare.

Jè bruttə com’o dèbbətə È brutto come il debito.

Jé bruttə e də fumə È brutto e dà di fumo. Si dice di una persona brutta e antipatica.

Jè cchjù la spesə ca l’imbresə È più la spesa che l’impresa. Corrisponde all’italiano: Il gioco non vale la candela o al latino: Sumptus quaestum superat (la spesa supera il profitto).

fìgghjə a ll'àgghjə e a ffətè È figlio all’aglio e deve puzzare. Il senso è che istinti e tendenze sono ereditari.

Jè fìgghjə də jattə e avà ppəgghjè i sùrəchə È figlia di gatta e deve prendere i sorci. L’istinto e le tendenze sono ereditari.

Jè ffrusscə də scàupa novə È fruscìo di scopa nuova. All’inizio è tutto OK, c’è entusiamo, piacere di fare, poi passa.

Jègghjə amerə tìnələ cherə Olio amaro tienilo caro. L’amarognolo dell’olio ricorda il sapore amarognolo delle olive.

Jègghjə giòvənə e mirrə vècchjə Olio giovane e vino vecchio. Per essere buono l’olio dev’essere dell’anno e vino invecchiato.

Jè gnurə da forə e da jində È nero fuori e dentro. L’espressione, chiaramente anticlericale, si riferisce al sacerdote.

Jè jacquə sandǝ e muertə È acqua santa ai morti. L’espressione è usata per dire che una certa medicina è solo acqua fresca e quindi del tutto inefficace.

Jè jacquə stutafuechə È un rimedio molto efficace. Lett.: è acqua spegnifuoco.

Jè la chesə du Bon Gesù: cuddə ca tresə nan n’essə chjù È la casa del Buon Gesù: chi entra non esce più. Evidenzia un forte senso dell’ospitalità e nel contempo di fastidio quando qualcuno ne approfitta.

Jè l’amichə du buenə timbə È l’amico di quando le cose ti vanno bene.

Jè mègghjə a farngə nu custumə ca na mangetə È meglio fargli un abito che un pranzo; espressione scherzosa; indica che costa più dar da mangiare a chi non si sazia mai che commissionargli nu custumə (abito della festa) dal sarto.

Jè mègghjə a jessə minghjarilə e nàunə sìnəchə pərcé u sìnəchə chetə e u minghjarilə rumuannə. È meglio essere cretino e non sindaco perché il sindaco cade e il cretino rimane.

Jè mənunnə e chechə wuressə È piccolo e la fa grossa. Data la giovane età non ci si aspetta che faccia cose da grandi.

Jè n’alt’u puerə də mànəchə È tutt’altra cosa.

Jèrəmə fretə e srurə quannə mangiàimə u puenə də tetə, mo co u puenə də tetə jè fərnutə, tu u tu e ji u mìjə Eravamo fratelli e sorelle quando mangiavamo il pane di papà, ora che il pane è finito, tu il tuo e io il mio.

Jèrəmə parində quannə nan denàimə nində Eravamo parenti quando non avevamo niente.

Jescə strittə? Fìcchətə ‘mmenzə Luogo stretto? Ficcati in mezzo. Bisogna sapersi adattare nelle situazioni difficili e possibilmente infilarsi nel posto in cui si sta più al sicuro.

Jè tuttə fumə e nuddə arrustə È tutto fumo e niente arrosto. Indica il borioso che vuole mostrare di sapere ma in realtà è vuoto.

Jìi dichə zappə e cuddə tirə all’acquə Io dico zappa e quello tira all’acqua. Quando si lavora, si lavora e non bisogna perdere tempo per andare a prendere l’acqua.

Jind’a na chesə addau stonnə fèmənə, nan avà trasì manghə nu jattə masculə in una casa dove stanno donne, non deve entrare neanche un gatto maschio. Espressione di una moralità molto rigorosa; ricorda quel falso pudore del periodo vittoriano quando bisognava coprire pure le gambe dei tavoli a causa della presenza della parola gamba.

Jind’a nu pətrerə nan zə jàcchjə na petə In una cava di pietra non si trova una pietra. Sembra impossibile eppure basta andare per compere con una donna.

Jì tə vàitə e nan d’affittə Io ti guardo e non ti vedo. Non ti penso proprio.

Joscə a mmàjə, cremenə a ttàjə Oggi a me, domani a te. Mai gioire dei guai degli altri, domani potrebbero capitare a te.

June apədunə nan fescə melə a nəssiunə Uno ciascuno non danneggia nessuno. Se gli impegni vengono ripartiti non costituiscono un grosso sacrificio per nessuno.

Junə chetə e l’altə ritə uno cade e l’altro ride. Purtroppo spesso la comicità si basa sulle disgrazie altrui.

Junə jè tində, l’altə jè callerə Uno è tinto (scuro, nero), l’altro è caldaia (il fondo esteriore della caldaia è annerito). Non c’è differenza fra i due, il loro comportamento è ugualmente riprovevole.

Junə na mmelə e l’altə nan zervə Uno non vale e l’altro non servə. Espressione usata quando entrambe le cose o persone presentate sono da scartare.

Junə nan zə potə fè do fevə chə ddò fògghjə Non si è padroni di fare ciò che si vuole. Lett.: uno non può farsi due fave con due cicorie.

Junə nə fescə e cində nə penzə Una ne fa e cento ne pensa. Riferita a chi è sempre attivo e pronto per ogni circostanza ed evenienza.

Jungə l’assə ca la rotə aggirə (caminə) Ungi l’asse che la ruota gira (cammina); affinché la ruota giri è necessario ungere l’asse; metaforicamente il senso è che se si vuole un favore o un riconoscimento dei propri diritti bisogna, spesso, ungere la ruota (mettere la mano al portafogli).

Jùngələ e ficcangillə Ungilo e ficcaglielo. Se si è adulati si è più inclini ad accettare tutto.

La banghinə də chesə du diàulə stè chjiàinə də chjìrəchə də prìvətə e d’awucatrə il marciapiede della casa del diavolo (l’inferno) è piena di chieriche di preti e di avvocati.

La bbannə də Bətrittə: nu soldə pə ffalla sunè e 5 soldə pə ffalla stè cittə La banda di Bitritto: un soldo per farla cominciare e cinque per farla finire. Il detto si riferisce a chi è alquanto restio a cominciare a parlare, ma quando mattacca non la finisce più.

La buscì vè ‘nnandə e fuscə, la vərətè vè chjenə chjenə ma arrivə La bugia corre avanti, la verità avanza lenta ma arriva.

La cambenə chjemə i vəcinə e i lundenə La campana chiama tutti, vicini e lontani (fisicamente e spiritualmente).

La cartə jè amandə di fissə La carta è amante dei fessi. È la magra consolazione del giocatore che perde a carte.

La cartə volə u fumə La carta vuole il fumo. Il gioco impone che si fumi per allentare la tensione; il vizio favorisce l'insorgere di altri vizi.

La catarrə ‘mmenə e pasturə La chitarra in mano ai pastori. Si dice di chi fa qualcosa che non è in grado di fare o non è all’altezza della situazione.

La cerə struscə e la prəgəssionə nan gaminə La cera si consuma e la processione non cammina. Le cose non fatte con una certa solerzia arrecano danno e consumano risorse.

L’aciddə pisscə u littə e u culə jevə mazzetə Il pene piscia nel letto e il culo ha le botte. Succede spesso che l’innocente viene punito.

La cortə jè cortə e sə fescə lognə La corte e corta e si fa lunga. Ironia che giocando col doppio significato della parola cortə (corte, corta), mette in evidenza le lungaggini dei tribunali.

L’acquə ca nan è fattə ‘ngillə stè L’acqua che non è venuta giù, sta in cielo. Prima o poi ciò che si aspetta che accada, accadrà.

L’acquə di mamunə t’ammoddə e nan də n’addunə L’acqua degli scemi (l’acquerugiola) ti bagna e non te ne accorgi.

La cuccuwescə, vəjetə addau posə e pàurə addau trəmende La civetta, beato dove posa ed infelice dove guarda. Dagli antichi greci la civetta era considerata animale sacro alla dea Pallade Atena. Tale considerazione si discosta dalla credenza popolare secondo la quale, come dice il proverbio, la civetta è portatrice di fortuna alla casa su cui si posa e sfortuna su quella che si trova di fronte.

La cusscienzə sə səmənò e nan nasscì La coscienza si seminò e non nacque.

La faccia màjə jè gnàurə, chiù mə nə discə e chiù acquistə chəlàurə La faccia mia è nera, più me ne dici e più acquista colore. Più cose dici contro di me, più divento bello e importante.

La fatì jè na cucuzzə, a mmàjə m’adorə, a ttàjə t’apuzzə La fatica è una cucuzza, per me odora, per te puzza. Forma di rimprovero nei confronti di chi non ama granchè il lavoro.

La fatì sə chjemə chəcozzə, chjù la penzə e cchjù na mə ‘ngozzə Il lavoro si chiama cucuzza, più la penso e più non m’invoglia.

La femə caccə u lupə da la tenə La fame caccia il lupo dalla tana. Anche l’uomo, in stato di estrema necessità, può essere portato a compiere cattive azioni.

La fèmənə də quarand’annə scìttələ a mmerə chə ttutt’i pannə La donna di quarant’anni buttala in mare con tutti i vestiti. L’autore di questo proverbio evidentemente non ha mai visto una quarantenne di oggi.

La fichə appassuletə sə la mangə l’aciddə Il fico appassito (molto maturo) se lo mangia l’uccello. Verità sacrosanta: solo gli intenditori capiscono le cose di valore.

La figghia mutə la mammə l’andennə La figlia muta, la mamma la capisce. In questo detto trova ulteriore conferma l’amorevole e disinteressata dedizione, unica e incomparabile, della madre per un figlio.

La jaddinə fescə l’evə e o jaddə ‘ngə iusckə u culə La gallina fa l’uovo e al gallo brucia il sedere. Dedicato a chi si lamenta dell'eccessivo peso della fatica altrui o di un danno subito da altri.

La jaddinə sə spilə doppə mortə La gallina si spenna dopo morta. Saggezza popolare che insegna a non lasciare mai i propri beni agli eredi prima della morte per non avere sorprese sgradevoli.

La jattə də Papàngələ mo ritə e mo chjangə La gatta di Papangelo, ora ride ed ora piange. Si riferisce a chi cambia umore spessissimo.

La leggə è fattə pi fissə La legge è fatta per i fessi. Purtroppo in tale considerazione è tenuta la giustizia.

La legnə nan tenə l’essə e pongə La lingua non ha ossi ma punge. Certe volte le parole possono far male più di qualsiasi altra cosa, anche più del male fisico. Corrisponde all’italiano: Ne uccide più la lingua che la spada. 

La litə jè cu sacrəstenə e tə la pìgghjə cu Sacramendə La lite è col sacrestano e te la prendi col Sacramento. È una forma di rimprovero verso chi se la prende con la persona sbagliata.

La litə scànzələ, ma cə tə vitə chi spaddə o puaràitə, amminə, ch’è mègghjə’ngalerə ca o cuambəsandə Evita di litigare, ma se ti trovi con le spalle al muro, allora meni, ché meglio in galera che al cimitero.

La malannetə cu buenə scumbuartə venə a ‘mbattè La cattiva annata con una buona distribuzione viene a impattare, cioè, si riesce a rimediare. Saggio proverbio sempre valido in tempi di crisi.

L’amà purtè a la callerə də Berə Dobbiamo portarlo alla caldaia di Bari. La callerə də Berə era un enorme deposito dove era possibile trovare un po’ di tutto a poco prezzo. Scherzosamente si usava dire a chi aveva grossi problemi ad una gamba, ad un braccio, alla testa, etc., invitandolo ad andare in quel deposito dove avrebbe trovato il pezzo di ricambio e risolto il problema con poca spesa.

La malervə nan morə mè L’erba cattiva non muore mai.

La mammə chə la figghjə sə mangə la canìgghjə La mamma con la figlia si mangia la crusca. Significa che fra mamma e figlia ci sono intese o segreti che nessuno sa.

L’amaruggə ognə melə dəstruggə L’amaruggine (marrubio) ogni male distrugge. Il marrubio è un’erba medicinale ottima.

L’amàurə də la mənestrə jè l’appətitə Il sapore della minestra (lo dà) l’appetito.

L’amàurə də la mənestrə lu sepə la cucchjerə Il sapore della minestra lo conosce il cucchiaio. I problemi intimi di una famiglia li conoscono solo i familiari.

La məgghjerə jè minzə penə La moglie è mezzo pane. La presenza di una moglie affettuosa dà serenità e tranquillità al marito e realizza per una buona metà la sua esistenza risollevandolo dal peso delle possibili scarsezze economiche.

La messə c’asimə candetə sə nə vè ‘nglòrjə e lambasciunə c’asimə cavetə La messa che abbiamo cantato se ne va in gloria ai lampascioni che abbiamo cavato. Non è valso a nulla; poiché cavare i lampascioni è difficile e faticoso, essendo molto profondi, per ogni tubero parte una bestemmia. se si è andati prima a messa, la stessa non ha valore.

La mortə a ci wastə e a ci aggiustə La morte a chi guasta e a chi aggiusta. La morte di una persona cara lascia dei vuoti, ma risolve anche alcuni problemi.

La mortə nan drəmendə ‘mbaccə a nəssciunə La morte non guarda in faccia nessuno.

La mortə nan gə venə senz’accassiàunə La morte non arriva senza motivo. Perchè l'uomo possa accettarla deve vederla come un effetto di una precisa causa, qualunque essa sia.

La musscəddinə strazzə e caminə La “musscəddinə” strappa e cammina. Proverbio agricolo che invita a sarchiare in fretta la musscəddinə, erba tenera.

L’acquə doppə pusìlləchə, quandə nə vè jində all’aməlìcchjə La pioggia dopo pasquetta, quanta ne va in una brocchetta. La pioggia abbondante in aprile non va bene per la campagna.

L’ànəmə a Ddìjə e la rrobbə a cə aspettə L’anima a Dio e la roba a chi spetta. Ricorda il celebre detto Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo (Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio) attribuito a Gesù e riportato nei vangeli. 

La péchərə fignə ca discə bè, perdə u muézzəchə La pecora, finchè dice bè, perde il boccone. Significa che chi chiacchiera perde solo tempo mentre bisognerebbe fare qualcosa di concreto.

La pennə jè cchjù pəsandə də la zappə La penna è più pesante della zappa. Lo studio serio è veramente molto duro.

La prim’acquə d’austə jè virnə La prim’acqua d’agosto è invervo. Preannuncia l’inverno.

La raggionə sə dè e fissə La ragione si dà ai fessi; l’intelligente cui si dà subito ragione senza discutere prima, non può accettare e risponde, risentito, in quel modo.

La rəcchezzə jè com’o rumuetə, fescə benə sckittə quann’è sparnuzzetə La ricchezza è come il letame, fa bene solo se lo spargi.

La rrobbə arriff’arraffə sə nə vè abbiffə e ‘mbaffə La roba di riffa o di raffa se ne va “a ‘mbiffə e ‘mbaffə”, cioè, si rivela poi privo di valore. Corrisponde all’italiano: La farina del diavolo va tutta in crusca.

La rrobbə du carucchjelə sə la mangə u sciambagnone La roba dell’avaro se la mangia il buontempone.

La rrobbə nan standetə, picchə e nuddə sə wetə La ricchezza non sudata poco o niente viene goduta.

L’arvə s’addrizzə quannə jè mənunnə L’albero si raddrizza quando è piccolo. L’educazione s’insegna da piccoli, dopo è difficile.

La salutə də l’ommə jè u furniddə La salute dell’uomo è il fornello. Per stare in forma e in buona salute si deve mangiare carne arrosto.

La scusə vè cchjannə la mortə Soltanto di un pretesto è in cerca la morte. Basta poco per andare incontro ad un brutto guaio.

La səmbatì jè come a la joccə La simpatia è come l’accidente. È un sentimento che, come l’accidente, si presenta senza preavviso.

La səndenzə chjù vrossə mə passə da sottə la cossə La maledizione più grande mi passa sotto la coscia, cioè, mi fa un baffo.

La sròjə la Madonnə nan la volsə manghə də zùcchərə La suocera la Madonna non la volle neanche di zucchero. Povere suocere!

Lassə stè u munnə accomə sté Lascia stare il mondo com'è. Non se ne fa niente, meglio soprassedere.

Latrəcìnjə e puttanizzjə sə japrə la terrə e u discə Furti e prostituzioni si apre la terra e lo dice. Prima o poi gli autori di azioni riprovevoli vengono alla luce.

La troppa cumbudenzə jè mammə də la melacrəjanzə L’eccessiva confidenza è mamma della scostumatezza. Un monito a non concedere eccessiva confidenza alle persone estranee perché questa può dare origine a mancanza di rispetto.

L’àurə spartə l’aməcìzzjə L’ora divide l’amicizia. Quando si fa tardi bisogna smettere di chiacchierare.

La vècchjə də Cuaretə scì pə fottə e fò frəchetə La vecchia di Corato andò per fregare e fu fregata. Ammonimento a non sopravalutare mai le proprie capacità.

La vècchjə nan vulàjə murì pəccè chjù stàjə e chjù ‘mbaràjə La vecchia non voleva morire perché più stava e più imparava. Nella vita non si finisce mai di imparare.

La vendə jé pəddécchjə, chiù n’amminə è cchiù stənnècchjə La pancia è di pelle, più ne versi e più si stende.

La vendə ‘mberə l’artə La pancia insegna il mestiere. Corrisponde all’italiano: la necessità aguzza l’ingegno.

L’averə jè comə o puerchə: jè buenə sckittə quannə è muertə L’avaro è come il maiale: è buono solo quando è morto.

La wocchə du furnə sə potə achjutə, nàunə cheddə də l’aggendə Si può chiudere la bocca del forno, ma non quella della gente. Sacrosanta verità.

L’ècchjə du puatrunə ‘ngrassə u cuavaddə L’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Con la sua presenza, il padrone cura i propri interessi.

L’ècchiə volə u wində e la jammə volə l’abbində l’occhio vuole il vento e la gamba richiede il riposo.

L’ègghjə jè minzə mestə: u mittə do voltə e nan vè cchjù o muestə. L’olio è mezzo mastro: lo metti due volte ed è sicuro che non torni da lui per eventuali altre riparazioni.

Ləjonə verdə e fevə crudèvələ Legna verde e fave non cottoie. In senso figurato, significa che non si può arrivare mai ad una conclusione quando le parti sono molto distanti, così come le fave non si possono cucinare perché sono dure e la legna verde non dà una fiamma vivave.

L’ervə ca trəmendə ‘ngillə dangə u nomə e mangiatillə L’erba che guarda al cielo, dalle un nome e mangiala. Esprime fiducia nella natura.

L’ommə che la pelə e la fèmənə chə la cucchjerə L’uomo con la pala, cioè, deve portare soldi a palate e la donna con il cucchiaio, cioè, deve consumare con molta parsimonia. Il detto bene evidenzia il compito della donna alla quale era demandata la gestione del bilancio familiare.

L’ommə nan a jessə fatəjatorə, ma ammendatorə L’uomo non deve essere lavoratore, ma inventore. Consiglio a trovare un sistema per allievare il peso gravoso del duro lavoro.

Lu wè jè ca i məsquìttələ uonnə a chiddə ca nan dènənə i dində Il guaio è che i musquìttələ vanno a chi non ha denti. Questi dolcetti sono un po’ duri da masticare. Fuori della metafora significa che spesso la fortuna va a chi non sa sfruttarla.

Madema cundràrjə, quannə chjovə portə l’acquə e pàpərə Madama Contraria (= bastiancontrario) quando piove porta da bere alle papere.

Mademə Tənəreddə sə pungiàjə a la fronzə də la lattucueddə Madama Tenerella che si pungeva alla foglia della lattughina.

Maletə e pəzzində tènənə picchə parində Malati e pezzenti hanno pochi parenti.

Mammə, Ciccə mə tocchə; tècchəmə arretə mamma, Ciccio mi tocca, toccani di nuovo. Si dice quando si finge di essere infastiditi.

Mangə ca tə rəpìgghjə, cə sə no ‘ngulə la pìgghjə Mangia che ti riprendi, altrimenti la prendi a quel posto. Consiglio colorito per i malati che hanno scarso desiderio di mangiare.

Mangə e bbivə a wustə tu e vìstətə a wustə də l’altə Mangia e bevi secondo i tuoi gusti, e vestiti secondo i gusti degli altri (per non dar adito a critiche e pettegolezzi).

Maritə, fìlə e wè comə Ddijə ti dè tə l’adà pəgghjè Marito, figli e guai, come Dio te li dà, li devi accettare.

Marzə allìndəmə all’ervə ca mə rəfazzə Marzo abbandonami all’erba perché mi riprendo. Libero di pascolare il bestiame si riprende dopo gli stenti della stagione invernale.

Marzə mi catarzə, tuttə i pèchərə tìrənə o jazzə marzo mio nuvoloso tutte le pecore tirano all’ovile. Dal momento in cui non ci si può tanto fidare di marzo per il tempo un po’ pazzerello, è opportuno stare vicino allo stazzo. Probabilmente catarzə viene dal greco katacniazo che significa annebbiarsi, offuscarsi.

Matrəmòniə e sandətè, la metè də la metè Matrimonio e santità, la metà della metà. Di tutte le belle cose che si dicono anche dall’altare prenderne per buone la metà della metà per non incorrere in forti delusioni.

Mazz’e panellə fàscənə i filə bellə, panellə senza mazzə fàscənə i filə pazzə Mazza e panelle fanno i figli belli, panelle senza mazza fanno i figli pazzi. Non si deve premiare o castigare sempre se si vogliono avere figli bravi, onesti e lavoratori.

‘Mberə l’artə e mìttələ da partə Impara l’arte e mettila da parte. Può tornare utile nella vita.

‘Mbrègghjə cambò, bona fedə murì L’imbroglio visse, la buona fede morì.

Mə jàcchjə sərvutə e ‘ngulə tənutə Mi trovo ad aver servito e in culo tenuto (= mal ringraziato).

Mègghjə ammədəjetə ca cumbiatutə Meglio invidiati che compatiti.  Si compatisce chi sta male, perciò è preferibile essere invidiati.

Mègghjə a ppurtè nu cundelə ‘ngueddə e nàunə n’onzə ‘ngulə Meglio portare un quintale addosso e non un’oncia in culo. La frase evidenzia il gravoso peso che sopporta chi ha urgente bisogno di andare di corpo e deve resistere per vari motivi.

Mègghjə chərnutə ca melə səndutə Meglio essere cornuto e non male ascoltato. Così si dice quando ci si accorge di non essere ascoltati. Il mancato ascolto viene visto, infatti, come una grave offesa alla dignità della persona.

Mègghjə chjangə chə nn’ècchjə ca chə ddo Meglio piangere da un occhio che da due. Meglio un dolore e non due.

Mègghjə jacrə a mmàjə ca maturə a ttàjə Meglio acre a me che maturo a te. Il frutto maturo è più soggetto al furto.

Mègghjə ‘mmenzə a ddo ca ‘mmenzə a qquattə Meglio fra due (carabinieri) che fra quattro (becchini), insomma, meglio in carcere che morto.

Mègghjə n’amichə ca cində ducuetə Meglio un amico che cento ducati. Si sa che un vero amico vale un tesoro.

Mègghjə pauriddə e anuretə ca ricchə e sbruwugnetə Meglio povero e onorato che ricco e svergognato.

Mègghjə picchə a wadè ca assè a trəbbulè meglio godere poco che soffrire troppo.

Mègghjə rəmurə də catenə ca senə də cambenə Meglio rumori di catene che suoni di campane. Meglio in carcere che morto.

Mègghjə servə a chesa màjə, ca patrunə a cchesə də naltunə Meglio servo a casa mia che padrone a casa di altri. Solo a casa propria si sta da re.

Mègghjə u puicchə joscə ca l’assè cremenə Meglio il poco oggi che il molto domani. Corrisponde all’italiano: meglio un uovo oggi che una gallina domani.

Mègghjə vində də tuttə e naunə vində də crawuttə meglio vento da ogni parte e non vento da un foro. Perché u vində də crawuttə, lo spiffero, può risultare più dannoso.

Melə nan fè, paurə nan avè Male non fare, paura non avere. Ricorda il motto latino Recte faciendo neminem timeas (non temere nessuno se agisci rettamente).

Mescə assuttə, renə pə ttuttə Maggio asciutto, grano per tutti. Se a maggio non piove il raccolto potrà essere buono.

Mescə chə la sulagnə, fruttə senza sparagnə Maggio col sole, frutta senza risparmio. Se maggio è soleggiato il raccolto sarà abbondante.

Mescə jurtəlenə, assè pàgghjə e picchə renə Maggio ortolano, molta paglia e poco grano. Il raccolto del grano sarà scarso se la pioggia, ben accetta dall’ortolano, è abbondante.

Mestə Bəjesə, addau passə mettə u nesə Mastro Biagio, dove passa mette il naso. Proverbio rivolto a chi è eccessivamente curioso.

Mestə cummuanna mestə Mastro comanda mastro; se si è in troppi a comandare, non si viene a capo di niente.

Mestə Rocchə də Valzenə nan dənə fondə e volə sapè addau jè la fundiàrjə Mastro Rocco di Valenzano non ha fondi e vuol sapere dov’è la fondiaria. È lo sbruffone che, pur essendo nullatenente, vuol mostrare di avere chissà che.

Mettə do pitə jində a na scarpə Mettere due piedi in una scarpa. Solo quando si è costretti a fare enormi sacrifici si capisce veramente cos’è la vita.

Mettə i menə ‘nnanzə pə nnan cadè Mette le mani avanti per non cadere. A volte si ammette parzialmente la propria responsabilità per evitare che si indaghi su sue ulteriori e più gravi colpe.

Mo amà vultè i siggə də chepəsottə Ora dobbiamo capovolgere le sedie; quando si facevano le grandi pulizie di casa, quindi non spesso, si capovolgevano le sedie. L’espressione, pertanto, sta ad indicare una visita di qualcuno dopo tanto tempo.

Mo jè che ttàjə e mo jè cu wində Ora è con te ed ora col vento. Detto di una persona instabile che, volubile come il vento, non mantiene fede a quanto promesso.

Mo n’acchjem’a bballè e abballemə Ora ci troviamo a ballare e balliamo; il senso è: visto che ci troviamo in questa situazione, dobbiamo affrontarla.

Mondə chə mondə nan zə conmbrondə Monte con monte non s’incontra. Solo le montagne non si incontrano tra di loro, ma le persone sì.

Mo passə l’àngələ e discə ammennə Ora passa l’angelo e dice amen. Si credeva che c’era un angelo in giro a raccogliere le imprecazioni della gente per dar loro efficacia.

Morə o cachè Muore per lo sforso di defecare. Il proverbio descrive chi si vanta di essere in grado di fare grandi cose e poi fallisce miseramente nelle cose più semplici e naturali.

Morta prəjetə, vitə allugnetə Morte pregata, vita allungata. Si dice che se si desidera la morte di qualcuno, gli si allunga la vita; la realtà è che la morte non è agli ordini di nessuno.

Muènəcə, prìvətə, fèmənə e chenə a da stè sembə chə la mazzə ‘mmenə Monaci, preti, donne e cani devi stare sempre col bastone in mano. Il signore descritto in questo proverbio doveva essere certamente un anticlericale, antifemminista e antianimalista.

Munnə è stetə, munnə jè e munnə sarè Mondo era, mondo è e mondo sarà. Espressione di delusione. La realtà non cambia: le cose vanno sempre allo stesso modo.

Mussə ‘ngulə all’altamurenə muso in culo all’altamurano. Stare dietro ad altri per vedere cosa fanno per imitarli.

Na bottə o cìrchjə e junə o capərnelə Un colpo alla botte e uno al coperchio. Un pò ad uno, un po’ all’altro per non danneggiare nessuno; non prendere posizione netta tra due contendenti o tra due comportamenti antitetici.

Na cachetə d’aciddə affətesscə l’acquə du muerə Una cacata d’uccello rende puzzolente anche l’acqua del mare. Può accadere che da piccole cose derivino grosse conseguenze, come insegna il poeta e filosofo latino Lucrezio: Accidere ex una scintilla incendia passim: a volte da una sola scintilla scoppia un incendio (De rerum natura libro V).

Na causə cə nan zə wastə, nan z’aggiustə Una cosa se non si guasta non si ripara. Non demoralizzarsi di fronte ad un accidente che sembra a prima vista irreparabile: a tutto si trova un rimedio.

Na mammə cambə cində filə e cində filə nan cambənə na mammə Una mamma campa cento figli e cento figli non campano una mamma. Considerazione da una parte sul disinteressato sacrificio dei genitori e dall’altra sulla triste irriconoscenza dei figli.

Na mammə fescə tandə pə nu fìgghjə, venə na fèmənə e sə lu pìgghjə Una mamma fa tanti sacrifici per un figlio, poi viene una donna e lo prende.

Na mmə facitə parlè ca u fietə mìjə affətesscə Non fatemi parlare perché il mio fiato ammorba. Quando non si vuole o si finge di non volere parlare di fatti particolari.

Na mməsckemə i cimə chi frunzə Non mescoliamo le cime dallo scarto della verdura. Non confondiamo ciò che vale con ciò che non vale, procediamo con ordine e diamo il giusto valore a ogni cosa.

Na mmə tuccuannə ca nan də tocchə, discə la vìpərə Non mi toccare che non ti tocco, dice la vipera. Gli animali non attaccano l’uomo se non per difendersi.

Na mməttennə jacquə a ccoscə Non mettere acqua a cuocere (bollire). Non iniziare un qualcosa che potrebbe avere risvolti negativi.

Na mmorə ci l’annuscə ca nasscə ci la struscə Non muore chi li porta che nasce chi li consumerà. Non fa in tempo a morire chi ha accumulato che già nasce chi (l’erede) consumerà i suoi beni.

Nan abbastə u sapè, cə fərtunə nan bolə Non basta il sapere se la fortuna non vuole. Un pizzico di fortuna non guasta mai.

Nan bescə nuddə ca s’abbruscə u pagghjerə, abbastə ca mòrənə i zocchənə Non importa che si brucia il pagliaio, purchè muoiano i ratti. È la magra consolazione di chi, pur di raggiungere il proprio scopo, non tiene conto dei gravi danni che causa.

Nan bozzə sci a la messə ca wochə zeppə; mə nə uochə a la candinə chienə chienə   Non posso andare a messa perché zoppico, ma vado alla cantina piano piano. C’è sempre la soluzione per ciò che piace.

Nan buetə jabbè Cristə cu Patrənostə Non puoi gabbare Cristo col Padre nostro. Non prendi in giro nessuno tanto facilmente.

Nan buetə tuzzè l’evə cu lapiddə Non puoi battere l’uovo con un lapillo. Il debole non può competere con il potente.

Nan butimə tənè tuttə u pualazzə ‘mmenzə a la chjazzə Non possiamo avere tutti il palazzo in mezzo alla piazza. Non si è tutti uguali.

Nan də ‘ndrəjè, nan də ‘mbəccè, ca melə nan è Non immischiarti, non impicciarti chè male non hai.

Nan denə cə jartə fè Non ha che mestiere fare. Espressione che esprime un certo senso di fastidio verso chi non fa altro che bighellonare.

Nan denə manghə jòcchərə pə cchjangə Non ha neanche occhi per piangere. Esprime l’eccessiva povertà da non avere neanche lacrime per piangere.

Nan denə nə jartə nə partə non ha né arte né parte. È un incompetente, è un buono a nulla.

Nan denə penə e vè ‘cchjannə salzizzə Non ha pane e va cercando salsiccia. Dicesi di chi non ha l’essenziale e pretende il superfluo.

Nan də sckutə pə nnan də prufumuè Non ti sputo per non profumarti. Espressione offensiva di superiorità.

Nan duttə l’acerrə canòsscənə u renə Non tutti gli uccelli conoscono il grano. Non tutti sappiamo riconoscere le cose buone.

Nan è fattə nottə angorə Non è ancora fatta notte. Questa saggia riflessione riguarda chi sta in alto perché può andare giù nel corso degli anni.

Nan è gəndilə ci nasscə, quandə jè gendilə ci passcə Non si è gentili alla nascita ma lo si è quando si pasce. Gentilezza e nobiltà d’animo si acquisiscono durante la vita.

Nan è muertə ci l’a cchjangə Non è morto chi lo piangerà. Chi ha fatto un torto prima o poi la pagherà.

Nan è ssandə də fè ràzziə Non è santo da fare grazie. Detto di persona non incline ad aiutare alcuno.

Nan facennə melə crianzə e məninnə, ca i məninnə sə fàscənə rannə Non fare scortesie ai piccoli, perché questi diventano grandi (e potrebbero ricordare).

Nan facimə ci fìgghjə e ci fəgghjastrə Non facciamo chi figli e chi figliastri. Bisogna trattare tutti allo stesso modo per non creare ingiuste discriminazioni.

Nan fè melə ca jè pəcchetə; nan fè benə ca jè sprəchetə Non fare il male perché è peccato, non fare il bene perché è sprecato. La chiesa predica di non far il male perché è peccato, la realtà egoistica invita a non fare il bene perché non apprezzato.

Nan filə e nan dessə e chissə gnòmmərə d’addau jèssənə? Non fila e non tesse, ma questi gomitoli da dove escono? Descrive chi, pur non avendo un lavoro, ha un tenore di vita lussuoso.

Nan g’è muertə senza risə, na gè zitə senza chjandə Non c’e morto senza riso, non c’è sposa senza pianto. Apparenti contraddizioni della vita: si ride ad un morto (durante la veglia notturna, si raccontano a volte barzellette) e si piange ad un matrimonio (particolarmente le mamme).

Nan gresscə pi malìzzjə Non cresce per le malizie; si credeva che la scarsa crescita in altezza fosse dovuta al fatto che il ragazzo era malizioso.

Nan zepə addau a ffè l’efə Non sa dove fare l’uovo. Indica una persona alquanto indecisa.

Nan zepə né du ruttə e manghə du senə Non sa né del rotto né dell’intero. Non capisce se una cosa è rotta o intera, vale a dire, non capisce nulla.

Nan zə potə chjangə u buenə cə nan z’è ppersə Non si piangere un bene se non si è perso.

Nan zepə tənè nu cècərə ‘mmocchə Non sa tenere un cece in bocca. Non sa tenere un segreto semplice; corrisponde all’italiano: non regge nemmeno il semolino.

Nan zondə i lòchərə ma i bòchərə Non sono i luoghi (i posti) ma i buchi (del culo, cioè la fortuna). I giocatori di carte, quando le cose vanno male, pensano stupidamente che sia questione di posto.

Na paràulǝ è picchǝ e do sond’assè Una parola è poca e due son troppe. Il proverbio invita a non parlare in modo prolisso e ad esprimere i concetti nella loro essenzialità, perché con l’eccessiva loquacità si rischia di cadere in contraddizione ed essere inconcludenti.

Na portə s’achjutə e cində sə nə jàprənə Una porta si chiude e cento se ne aprono. Il proverbio insegna a non disperare mai.

Na sudetə e vində də crawuttə tə portə rittə rittə o tautə Una sudata e vento di fessura (spifferi d’aria) ti portano dritto dritto alla bara. Per fortuna oggi bronchiti e polmoniti si possono curare.

Na voltə sə cambə e nna voltə sə morə Una volta si vive ed una volta si muore. Ma sì, ogni tanto bisogna pur rischiare.

Nə ffèmənə nə ttelə a lumə də cannelə Né donne nè tela a lume di candela. Per evitare spiacevoli sorprese bisogna scegliere alla luce del sole.

Nè lluscə e manghə annuscə Né luccica né tende a luccicare. È un modo di dire per chi non dà di niente.

Nə scemə də fistə e fəstəceddə Ce ne andiamo di feste in festicciole. Si dice di quando ci si dà sempre alla pazza gioia.

Nəssciunə cambə ‘mbitə e nəssciunə muertə sobbə a terrə Nessun campo rimane non mietuto e nessun morto rimane sulla terra. Il senso è che quando è il momento di operare bisogna farlo.

Nəssciunə jè jalandommə com’o timbə Nessuno è galantuomo come il tempo. Anche se oggi i tuoi meriti non sono riconosciuti nel tempo lo saranno. Diceva lo scrittore e filofofo francese del Settecento: Il tempo è galantuomo e rimette a posto ogni cosa.

Nəssciunə nasscə ‘mbaretə Nessuno nasce istruito. Si dice per invogliare a comprendere chi sbaglia, in quanto è dagli errori che possono trarre utili insegnamenti, come insegnano i nostri avi latini con errando discitur.

‘Ngə le ffè vədè jì quand’è tonnə la lunə Gliela farò vedere io quanto è tonda la luna. È una minaccia che corrisponde all’italiano: gliela farò vedere io!

‘Ngə volə u cugnə du stissə ləgnemə Ci vuole il cuneo dello stesso legno. Ricorda il   ciceroniano Pares cum paribus facillime congregantur, cioè, i simili si accompagnano molto più facilmente con i loro simili.

Nuddə chjandə e nuddə arrəcuègghjə Niente pianti, niente raccogli. Ricorda il detto latino: Ex nihilo nihil (Dal nulla non si ricava nulla).

Nu pilə də fèmənə tirə nu bastəmendə Un pelo di donna tira un bastimento. Potenza delle donne.

O friscə a sendə u scuattiscə Quando friggerà sentirà lo sfrigolio. Il detto deriva dalla storiella di due imbroglioni che s’ingannano a vicenda. Si tratta di un commerciante che vende dell’olio scadente ad un acquirente e, credendo di averlo ingannato, tutto soddisfatto dice fra sé : “o friscə a …” A sua volta l’acquirente (che ha pagato con denaro falso), allontanandosi, sogghigna : “o sckuangə a sendə də chiangə (quando cambierà il denaro si sentirà di piangere). La storiella insegna che col tempo tutte le magagne vengono a galla.

O fumə avàinə aggì, o fumə sə n’awonnə sciutə Per il fumo sarebbero stati spesi, in fumo se ne sono andati. Lett.: al fumo dovevano andare, al fumo sono andati. Il detto trae origine da questo episodio. Una moglie litigava spesso con suo marito perché consumava troppo per il il fumo. Un giorno al bonaccione del marito cadde, inavvertitamente, il denaro da spendere per le sigarette nel braciere acceso. Ovviamente questo prese subito fuoco e si bruciò. Senza scomporsi più di tanto lo sfortunato fumatore disse alla moglie: “O fumə avàinə aggì, o fumə sə n’awonnə sciutə”.

Ognə alterə tenə la croscə Ogni altare ha la croce.

Ognə cànəpə e capezzə o troppə trè sə spezzə Ogni fune e cavezza al troppo tirare si spezza. Per dirla con il grande Totò ogni limite ha la sua pazienza!

Ogn’essə pot’essə Ogni osso può essere. È un modo di dire che significa: tutto è possibile.

Ognə mərcandə la rrobba sàwə avandə Ogni mercante vanta la sua roba.

Ognənzandə, cappə e uandə Ognissanti (metti) cappa e guanti. Comincia a fare freddo.

Ognənzandə, minzə retə e minzə ‘nnandə Ognissanti mezzo avanti e mezzo dietro. Questo proverbio riguarda la semina che per i primi di novembre dev’essere già stata fatta per metà.

Ognə parəndetə ‘ngə stè na pəzzəchetə In ogni parentato ci sta una pizzicata. È normale che ci sia un qualche litigio quando si vive insieme.

Ognə scarvescə a mamma sàuə pəjescə Ogni scarafaggio piace alla sua mamma.

O màngətə chessa mənestrə o scìttətə da la fənestrə O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. Nelle famiglie povere un piatto di minestra calda era già tanto. Più genericamente l’espressione vuol dire che non si ha possibilità di scelta.

O meləpənzandə u muelə pənzirrə ‘ngə venə Al malpensante viene facile pensare male.

O pajè, chjovə la chesə Al momento di pagare, tutti i pretesti per tirare sul prezzo sono buoni. Lett.: al pagare piove la casa.

O scuagghjè də la nàivə jèssənə i strunzə Allo sciogliersi della neve appaiono gli stronzi. Il manto di neve copre tutte le porcherie, ma, sciogliendosi, queste vengono fuori; similmente col tempo vengono fuori le malefatte nascoste, perché solo ciò che non si fa non si sa. Il detto sembra essere nato nel periodo in cui si usava la səgnurə. Quando, causa neve, u wuttarulə non poteva fare il suo mestiere, si versava il contenuto delle cosiddette signore per la strada e la neve copriva tutto. Va da sé che allo sciogliersi di questa venivano fuori tutte le porcherie coperte.

O scurcè də la càutə, sə wastò la peddə Nello scorticare la coda, si guastò la pelle. Succede che al termine di un lavoro complesso e delicato, per un lieve errore si rovina tutto.

Paparulə e malangenə nan di mangiannə cə nan ste senə Peperoni e melanzane non mangiarli se non sei sano. Sono alimenti di difficile digestione.

Paràula dittə, ‘ngillə stè scrittə Parola detta (data) in cielo è scritta. La parola data è sacra.

Parlə comə t’è fattə màmetə Parla come ti ha fatto tua madre. Bonaria ironia nei confronti dell’emigrante che parla o tenta di parlare, con una ricchezza di strafalcioni, un italiano improvvisato, quasi si vergognasse del proprio dialetto.

Parlemə nu fessə la voltə Parliamo un fesso alla volta. Lo si dice quando si sovrappongono le voci di più persone e non ci si capisce.

Parlə tu, c’a mmàjə mə scappə u chjandə Parla tu che a me vien da piangere. Si può interpretare in modo serio (parla tu perché mi commuovo) o in modo scherzoso (quando si vuole scaricare su altri incombenze un po’ fastidiose).

Passè da carciarirrə a carciaretə Passare dall’avere ragione ad aver torto.

Pastə e fasulə pàrlənə cu culə Pasta e fagioli parlano col culo. I fagioli favoriscono la fuoriuscita di aria.

Pàura mammə ca crisscə u fìgghjə: vè u Rè e sə lu pìgghjə Povera mamma che allevi il figlio: va il Re e se lo prende. È la brutta realtà della guerra.

Pàura vendə cə jàcchjə u muelə patrunə Povera pancia se trova un cattivo padrone. Quando per timidezza o vergogna non si approfitta per riempirla.

Pàurə a mmàjə, dəcì u prəsuttə, a ffeddə a ffeddə mə nə wochə tuttə Povero me, disse il prosciutto, fetta dopo fetta me ne vado tutto. Espessione che si dice scherzosamente quando pocco alla volta si sta perdendo tutto.

Pə ccanosscə buenə nu crəstəjenə adà mangè nu sacchə də selə ‘nzimmə Per conoscere bene una persona devi mangiare un sacco di sale insieme. Ci vuole moltissimo tempo per conoscere una persona così come ci vuole del tempo per consumare un sacco di sale.

Pəcchetə e dìbbətə nan zə sepə cə nə tenə Peccati e debiti non si sa chi li ha.

Pèchərə e pasturə e vignə e zappaturə Pecore ai pastori e vigne agli zappatori. Ad ognuno il proprio mestiere.

Pəgghjè cazzə pə fəcazzə Prendere cazzo per focaccia. Vedi il seguente.

Pəgghiè jassə pə ffuwurə prendere asso per figura. Scambiare una persona per un’altra o capire una cosa per un’altra. Corrisponde all’italiano: prender lucciole per lanterne.

Pè mestə, pè mustrəddə, a mmàjə nan mə rumuannə nuddə Pago il mastro, pago l’apprendista, a me non rimane più niente.

Pə na mangetə d’àgghjə e ggì finə a Jescə Per una mangiata di aglio, devo andare fino a Jescə. Corrisponde all’italiano: l’impresa non vale la spesa.

Penə chə l’òcchjərə, fərmaggə senz’òcchjərə e mirrə ca tə fescə assì l’òcchjərə Pane con gli occhi (buchi che lo rendono soffice), formaggio senz’occhi (senza buchi) e vino che ti fa uscire (sgranare) gli occhi.

Penəcuettə jacquə e selə: amminə ‘nguerpə ca nan fescə melə Pancotto con acqua e sale buttalo in corpo ché non fa male.

Penə, fərmaggə e mirrə, pranzə də cavallirrə Pane, formaggio e vino, pranzo di cavaliere. Con la presenza di pane, formaggio e vino sulla tavola il pranzo era considerato raffinato.

Penə testə e curtiddə ca nan dàgghjə Pane duro e coltello che non taglia. È notorio che i mali non vengono mai da soli.

Pə nn’àscənə də pàipə sə wastə la mənestrə Per un grano di pepe si guasta la minestra. Basta una sciocchezza per rovinare un fatto importante: un’amicizia, un affare, etc.

Pə Ssanda Renə prəperə dəscəttelə, falcə e pəttərrelə Per Sant’Irene prepara ditali, falci e grembiuli. Per gli inizi di maggio (S. Irene è il 5 maggio) bisogna avere pronti l’occorrente per mietere.

Pi filə nə facimə munnezzə Per i figli ci facciamo immondizia. Per i figli facciamo di tutto.

Pìgghjə u dolcə quannə l’è ca l’amerə nan manghə mè Prendi il dolce quando lo hai che l’amaro non manca mai. È bene godere delle poche cose buone e belle della vita perché quelle spiacevoli non mancano mai.

Pilnə də wuccirrə e scərrubbə de candinə scàccənə i mədəcinə Pillole di macellaio (involtini) e sciroppo di cantina (vino), scacciano le medicine.

Potə stè marzə senza Quarandenə? Può esserci marzo senza Quarantena? (Moglie del Carnevale; fantoccio rappresentante una vecchia in gramaglie addolorata per la morte del marito, u Cuarnəvelə). La frase, di sapore ironico, viene detta nel vedere persone o due cose sempre assieme.

Prèdəchə e məlunə vòlənə i staggiunə Prediche e meloni vogliono le stagioni. Ogni cosa a suo tempo.

Primə də wutè, benə mi ddò benə mi ddè, doppə wutetə vu cundendə nu frəchetə Prima di votare, bene mio qua bene mio là, dopo aver votato voi contenti e noi fregati.

Primə i dində e ppo’ i parində Prima i denti e poi i parenti. Prima si pensa ai propri interessi e poi a quelli dei parenti.

Pruditə ‘mmenzə a la menə: ternisə o mazzəjetə Prurito in mezzo alla mano: soldi o botte. È credenza che il prurito nel mezzo di una mano predice quattrini o percosse.

Purə i purgə fàscənə la tossə Anche le pulci fanno la tosse. È una forma di scherno e di rimprovero rivolto a chi si intromette in questioni di cui è assolutamente privo di competenza e vogliono far sentire la propria opinione.

Purə la rəgginə stè suggettə alla vəcinə Anche la regina è soggetta alla vicina. Tutti abbiamo bisogno di tutti.

Purə u prèvətə səbbàgliə sobbə all’alterə Anche il prete sbaglia sull’altare. Detto per giustificare i propri errori: se sbaglia il prete addirittura quando dice messa.

Pu troppə parlè səcchə la legnə Per il troppo parlare si secca la lingua. Bisogna parlare quanto basta.

Quandə n’a fattə a ràsələ, tandə n’avè a culmə Quanto ne hai fatto a rasiera, tanto ne avrai a mucchio. Chi fa qualcosa di negativo, deve aspettarsi una reazione uguale o peggiore. Corrisponde a: chi la fa, l’aspetti. Il detto si spiega con l’usanza da parte del venditore di passare una striscia di legno per spianare grano, avena e simili contenuti in uno staio togliendone l’eccesso.

Quandə nə fàiscə Carməniddə, ma ‘mbisə fò Quanto ne fece Carminiello, ma impiccato fu. A volte ci si dà da fare tanto, ma inutilmente.

Quann’altə nann’è, cùlchətə chə mmàmətə Se non hai altro, coricati con tua madre. Non è un proverbio incestuoso; significa semplicemente che, in caso di necessità, qualsiasi aiuto diventa utile.

Quannə a mmàjə mə venə, a ttàjə tə scappə Quando a me viene, a te scappa. Si è spesso suggestionati dalle situazioni soggettive o oggettive degli altri.

Quannə candə la cuccuwescə, buenə timbə fescə Quando canta la civetta, bel tempo fa. È una credenza popolare.

Quannə chjovə alla Brunə, patenə, jertə e məlunə Quando piove alla Bruna, patate, orto e meloni. Se piove il due luglio, giorno della Madonna della Bruna, avremo un abbondante   raccolto di ortaggi.

Quannə i filə fòttənə, l’attànərə so ffuttutə Quando i figli fregano, i padri sono fregati. Il verbo fottə ha due significati: fregare e fottere; interpretazione libera.

Quannə jalzə la marinə, fìcchətə jind’a cucinə Quando alza la marina, ficcati in cucina. Il vento proveniente dal mare porta nuvole che minacciano temporali.

Quannə jalzə la mundagnə, pìgghjə la zappə e vvè wadagnə Quando alza la montagna, prendi la zappa e vai a quadagnare, perché le nuvole che si alzano dalla montagna non minacciano pioggia.

Quannə jè timbə də metə, mètənə purə i falcə scugnetə Quando è tempo di mietere, mietono pure le falci smussate. Quando è arrivato il momento di mietere, bisogna mietere comunque.

Quannə junə sepə lescə, lescə purə də chepəsottə Quando uno sa leggere, legge pure col libro capovolto. Se si è bravi, ci si riesce comunque.

Quannə junə volə, fescə chjovə e nəvəchè Quando uno vuole, fa piovere e nevicare. Con la volontà si raggiunge la meta prefissata. In un certo senso ricorda l’arcinoto motto alfieriano “volli, sempre volli, fortissimamente volli”

Quannə la fèmənə s’aggiustə u suprenə, volə affəttè la suttenə Quando la donna abbellisce la parte soprana, vuole fittare la sottana. Quando una donna si abbiglia e si adorna con ricercatezza, vuole attirare gli sguardi si sé.

Quannə juresscə l’auzzə, renə a muzzə Quando fiorisce l’asfodelo, grano in quantità.

Quannə la jattə nan arrivə o lardə, discə ca jè dàcədə Quando la gatta non arriva al lardo, dice che è rancido. Somiglia molto alla nota favola di Fedro: La volpe e l’uva.

Quannə l’arrustə nann’è u tu, lassə ca s’abbruscə quando l’arrosto non è tuo, lascia che si bruci. Il senso è che se la cosa non è tua, trascurala.

Quannə la vendə sonə ognə mənestrə jè bbonə Quando lo stomaco suona (è vuoto), ogni cibo è gustoso.

Quannə la vendə stè vacandə, ‘mbicchə sə sonə e manghə sə candə; quannə la vendə stè chjàinə e bonə, tannə sə candə e tannə sə sonə Quando la pancia è vuota né si suona né si canta; quando la pancia è piena e bene allora si canta e allora si suona.

Quannə l’ommə arrivə a la cinguandinə, lassə la fèmənə e pìgghjə la candinə Quando l’uomo arriva alla cinquantina, lascia la donna e prende (la via del) la cantina. Era consuetudine che ad una certa età l’uomo cominciasse a frequentare la cantina.

Quannə l’ommə è fattə rannə accorcə la vistə e allognə la cannə Quando l’uomo è diventato anziano diminuisce la vista e allunga la gola (è più esigente il palato).

Quannə manghə u jattə, i sùrəchə abbàllənə Quando non c’è il gatto i topi ballano! Quando manca chi comanda tutti fanno quello che vogliono!

Quannə mə vitə chə custumə də la festə, jè signə ca nan nə tegnə cchjù Se mi vedi con l’abito della festa è segno che non ne ho più. In alte parole, non è sfoggio di ricchezza ma è segno di povertà.

Quannə nan butimə fè oremus, facimə aramus Quando non possiamo fare oremus (pregare), facciamo aramus (ariamo). Quando non si può fare una cosa facciamone un’altra perché bisogna fare sempre qualcosa, essere sempre impegnati.

Quannə sə angùtənə stattə, quannə sə martiddə dè Quando sei incudine statti, quando sei martello dai. Devi, cioè, adattarti alle situazioni: sottostare o comandare.

Quannə sə fescə vècchjə sə perdə l’ècchjə e la rècchjə Quando s’invecchia si perde la vista (l’ècchjə = l’occhio) e l’udito (la rècchjə = l’orecchio).

Quannə sə mangə nan zə servə patrunə Quando si mangia non si servono padroni. Si diceva se qualcuno, anche se persona importante, andava a disturbare durante l’ora di pranzo, perché di fronte a certi bisogni non ci sono servi e padroni: siamo tutti uguali.

Quannə sə mangə sə cumbuattə chə lla mortə Quando si mangia si combatte con la morte. Il mangiare ci espone al pericolo di affogarci se contemporaneamente parliamo.

Quannə sonə l’Ave Marì, o a castə o pə la vijə Quando suona l’Ave Maria, o a casa tua o per la via. Per l’Ave Maria (ore diciassette - diciotto) il contadino rientrava o era già a casa.

Quannə u culə ammenə vində u dottorə nan z’abbusckə nində Quando il culo tira vento, il dottore non si busca niente.

Quannə u culə jarəscescə u muìdəchə spargescescə Quando il culo arieggia il medico va in giro per asparagi. Se si fa, per dirla con Dante, del cul trombetta vuol dire che la salute è buona e i dottori vanno a spasso; somiglia al proverbio precedente.

Quannə u diàulə sə vestə a russə Quando il diavolo si veste di rosso. L’espressione vuol dire che le cose vanno di male in peggio.

Quannə u diàulə t’accarezzə volə l’ànəmə Quando il diavolo ti accarezza, vuole l’anima. Quando qualcuno intesse le tue lodi aspira ai tuoi favori: gli adulatori, infatti, mirano sempre e solo al proprio tornaconto.

Quannə u jattə sə levə la faccə, avà chjòvə Una credenza popolare dice: Quando il gatto si lava la faccia, pioverà.

Quannə u muaritə stè chjusə, vè ‘cchjannə u uadagnə do fusə Quando il marito è chiuso in casa, cioè, non lavora, vuole il guadagno dal fuso, cioè, vuole che la moglie lavori.

Quannə u pauriddə stè pə ppassè benə, accummuènzən’assì tutt’i probblemə Quando il povero comincia a condurre una vita decente, iniziano a venir fuori tutti i problemi.

Quannə u sàulə fescə russə, u puatrunə appennə u mussə Quando il sole diventa rosso, cioè, quando si fa sera, il padrone fa il muso lungo, perché finisce la giornata lavorativa e non può trarre profitto dal lavoro del suo salariato più a lungo.

Quannə venə rittə, benə mì, corə mì; ma cə venə stertə, tu ‘ngə cuelpə, tu ‘ngə cuelpə Se le cose vanno bene, bene mio, cuore mio; ma se vanno male, la colpa è tua, la colpa è tua.

Quarand’annə agnə dì nu dannə A 40’anni ogni giorno un danno (sono gli acciacchi).

Quattòcchjərə vàitənə mègghjə də do Quattro occhi vedono meglio di due. È sempre meglio essere insieme ad un altro quando si fanno acquisti importanti.

Rəcchezzə e vərtù jè arretə ca vàutənə aunitə Ricchezza e virtù è raro che abitino insieme.

Rəspittə u cuenə p’amorə du patrunə Rispetta il cane per amore del padrone. Per rispetto di chi merita, bisogna portar rispetto anche ai suoi familiari, anche se non ne sono degni.

Retə a Ssandə Larinzə stonnə tanda acerrə mortə pu friddə fortə Dietro San Lorenzo stanno tanti uccelli morti per il freddo rigido. Lo si dice scherzosamente a chi si lamenta per il clima un po’ freddo.

Riddə riddə agnunə penzə pə jiddə Grillo grillo, ognuno pensa per sé. Riddə è presente solo per motivi di rima. Allegro e rimato, il detto dal sapore egoistico corrisponde a: si salvi chi può.

Romə nan zə fascì jind’a na dì Roma non si fece in un giorno. Qualsiasi cosa richiede tempo per essere portata a termine.

Rrobbə na mmə scəttannə ca nan də scettə Roba non buttarmi che non ti butto, conservami perché potrò servirti.

Rumuanì comə a la zitə də Trittə Rimase come la sposa di Toritto; sembra che questa povera sposa sia stata abbandonata dallo sposo davanti alla chiesa. Facile immaginare la delusione di tutti. Questo proverbio viene usato per indicare chi, intraprendendo qualcosa di importante, ottiene poco o niente e rimane perciò deluso.

Sacchə vacandə nan zə rescə dəpondə Sacco vuoto non si regge in piedi. Se non si mangia non si può affrontare una giornata di lavoro.

S’achiudə na portə e sə japrə nu purtonə Si chiude una porta e si apre un portone. Il proverbio insegna a non demoralizzarsi per un fallimento; ci possono essere possibilità migliori.

Sàirə fò e nusterza vennə (Il fatto) fu ieri ma avvenne avantieri; espressione usata con ironia nei confronti di chi si esprime con poca chiarezza e facendo molta confusione.

Sàirə sə jardì Mugghiènəchə, e joscə sə səndə u fitə Ieri sera si bruciò Miglionico, ed oggi si sente puzza di bruciato. Si dice quando una reazione avviene con ritardo rispetto al tempo normale, cioè, a scoppio ritardato.

Sand’Abbabbienə portə la quarandenə Santa Bibiana porta la quarantena. Significa che le condizioni atmosferiche del 2 dicembre (giorno di Santa Bibiana) continueranno per 40 giorni.

Sanda Catarinə la nàivə a la spinə Santa Caterina la neve alla spina. Il proverbio vuol dire che a Santa Caterina (25 novembre) le condizioni atmosferiche possono portare la prima neve.

Sand’Aləvirrə, joscə nan è comə ad ajirrə Sant’Oliviero, oggi non è come ieri. Le situazioni mutano nel tempo.

Sanda Lucì ammanghə la nottə e cresscə la dì Santa Lucia diminuisce la notte e si allunga il giorno.

Sand’Andenə màsckərə e senə SantAntonio maschere e suoni. Il giorno di S. Antonio Abate, 17 gennaio, ha inizio il carnevale.

Sand’Arenə fora vècətə e walenə Santa Irene fuori l’avvicendamento ai gualani. La vècətə avveniva ogni 15 giorni, ma a partire da Santa Irene (5 maggio) veniva meno tale avvicendamento e si rimaneva in campagna fino al terrmine della trebbiatura.

Sandə Luchə, scittə səmendə ‘nderrə ca na mmuchə San Luca getta seme per terra ché non marcisce. . È il periodo (18 ottobre San Luca) quando si sta terminando di seminare.

Sandə Məchelə də li ruttə, come petə jì amà patì tuttə San Michele delle grotte, come patisco io dobbiamo patire tutti.

Sandə Rocchə vevə e arrocchə S. Rocco beve e arrocca (mette da parte). Si dice di chi, dopo aver bevuto, dimentica di passare il fiasco al vicino. San Rocco c’entra solo per motivi di rima.

Sandə Stesə, vé forə e vitə ciacchə è rumuèisə S.Anastasio, vai in campagna e vedi quello che è rimasto. Agli inizi di maggio, le gelate sono ormai terminate, per questo in campagna si può fare un resoconto di quello che si è salvato dai precedenti geli.

Sandə Vitə, la mòschələ da i wutiddə passə e pudditə San Vito, la mosca dai vitelli passa ai puledri. Poiché alcuni vitelli sono destinati al mattatoio le mosche … sloggiano.

Sanguə də lu munnə, nan də lassə cə nan də jàcchjə u funnə Sangue del mondo, non ti lascio se non ti trovo il fondo. Così dice il grande bevitore con in mano u ruzzulə (l’orciuolo).

S’appìzzəchə e fəlìscənə Si appiccica alle ragnatele. Significa tentare di giustificarsi con qualcosa che non ha alcun fondamento. Corrisponde a: arrampicarsi sugli specchi.

S’awonnə accucchjetə la limə e la raspə Si sono accoppiati la lima e la raspa, cioè, si sono messi insieme tipi che non vanno per niente d’accordo.

Scənnerə sicchə, masserə ricchə Gennaio secco, massaro ricco.

Sceppə e minə retə Estirpa e mena dietro. Non arrovellarti il cervello per qualcosa su cui non sai prendere una decisione, è molto meglio che la butti nel dimenticatoio, come si fa con le erbacce che si estirpano e si buttano dietro.

Sciannə nan era netə e la mammə lu sciàjə ‘nzurannə Giovanni non era nato e la mamma lo andava sposando. A volte si vogliono fare le cose troppo in anticipo.

Scisscə chepə e scisscə chepə də sarechə Si capo e sii capo di salacca. Anche se sei capo di un gruppo di poco valore, l’importante è esserlo, perché ciò comporta sempre dei vantaggi

Sckangə ca mangə Cambia che mangi. A volte cambiare accresce l’appetito (in tutti i sensi, incluso l’appetito sessuale)

Sckittə a la mortə nan stè rəmèdjə Solo alla morte non c’è rimedio.

Sckittə ciacchə nan zə fescə, nan zə sepə Solo ciò che non si fa, non si sa. È ovvio che se qualcosa si fa, prima o poi si viene a sapere.

Sckutə, c’addəvinnə Sputa che indovini. Si usa per sminuire il saccente; vale a dire che è un’operazione molto semplice che non costa particolare impegno e fatica.

Scrivə sobbə o chjətràurə Scrivere sul ghiaccio. Non mantenere una parola data o dimenticarsi facilmente.

Scusetə bon’aggendə ci u culə m’aggiamendə, la trombə vol’assì, scusetə ci avà ssendə scusate brava gente se il culo mi infastidisce, la tromba vuole suonare, scusate voi che sentirete. È un colorito modo di scusarsi per aver scorreggiato.

Sə arrəvetə a mmurì Sei arrivato a morire. Si dice a chi, nel pesare, mette sulla bilancia il quantitativo esatto della merce; si credeva che questa capacità, quasi divinatoria, fosse propria di chi era vicino alla morte.

Sə ccomə all’assə accogghjatuttə Sei come l’asso prenditutto. L’assə accogghjatuttə è una variante della scopa, laddove chi possiede un asso prende tutte le carte che sono sul tavolo. L’espressione, quindi, sta ad indicare chi vuole tutto per sé.

Sə ccom’a nu tursə ‘mmenzə o trascursə Sei come un torsolo in mezzo al discorso. Detto a chi s’intromette, in modo indiscreto, in discussioni che non lo riguardano senza essere stato invitato.

Seddə e cavaddə, sottə a li spaddə Sella e cavallo sotto le spalle. Si deve essere pronti ad ogni evenienza per non essere colti di sorpresa.

Sə discə e sə dè; ma accomə sə candə la sanda cucuzzə, i càusə awonnə aggì sembə chjù pescə Si dice e si dà; ma (stando a) come si canta la santa zucca, le cose andranno sempre peggio. Apparentemente una frase sciocca, ma, se la si interpreta per bene, ci si accorge che è ricca di significato e sempre molto attuale. Il senso è che gira e rigira (sə discə e sə dè) se si pensa all’andazzo di oggi (accomə sə candə la sanda cucuzzə), le cose andranno sempre peggio.

Sə ffortə comə all’acitə Sei forte come l’aceto. Frase ironica nei confronti di chi vuol mettere in mostra la propria forza.

Sə jàcchjə prenə senza cəcì Si trova incinta senza cicì. Si dice di chi senza sforzo alcuno viene a trovarsi in una posizione ragguardevole.

S’è mmangetə u culə də la jaddinə S’è mangiato il culo della gallina. Detto di chi parla troppo. Il detto trae origine dall’osservazione dello sfintere anale delle galline che si apre e chiude ripetutamente dopo aver deposto l’uovo, simile alla bocca del logorroico.

Sə n‘awonnə sciutə chə na menə ‘nnanzə e l’altə retə Se ne sono andati con una mano davanti e l’altra dietro. Sono andati via senza concludere nulla.

Sə n‘awonnə sciutə ‘nglòrjə e cardunə (Tutti quei soldi) se ne sono andati in gloria ai cardi. Sono stati sperperati inutilmente.

Sendə comə n’ombrə e vàitə comə nu frusscə Sente come un’ombra e vede come un fruscio. Espressione ironica che mette in dubbio la capacità di vedere e di udire di qualcuno.

Senza soldə nan zə càndənə messə Senza compenso non si compiono riti religiosi. Lett.: senza soldi non si cantano messe. Ogni prestazione deve essere retribuita.

Sə pìgghjə u muànəchə chə tuttə u sìcchjə Si prende il manico con tutto il secchio. Detto di chi abusa della bontà altrui.

S’è puestə də chesə e də pətàjə S’è messo di casa e bottega; la terminologia chesə e pətàjə deriva dal fatto che, a causa della miseria in cui si viveva, spesso era necessario adattare parte della propria abitazione a bottega di lavoro. Qui l’espressione un po’ ironica si riferisce a chi indugia parecchio in un certo luogo.

Sə sepə addau sə nasscə e nan zə sepə addau sə morə Si sa dove si nasce e non si sa dove si muore. Nessuno può conoscere il futuro.

S’è spusetə Amerə-a-jiddə e s’è pəggjietə Amerə-a-jeddə; i filə c’awonnə avè, Amerə-a-lorə s’onna chjamè S’è sposato Infelice-lui e ha preso come moglie Infelice-lei; i figli che avranno Infelici-loro si chiameranno. Non è certamente una celebrazione del matrimonio.

Settə misə, settə visə Sette mesi, sette visi. Riguarda le trasformazioni dei bambini nei primi mesi di vita.

Sə vàitə com’o pudòcchjə / porgə jinda farinə Si vede come il pidocchio / la pulce nella farina. Quando ci si trova per qualche motivo nell’agio, spesso ci montiamo la testa attribuendoci meriti che non abbiamo, esponendoci anche al ridicolo. Il detto insegna una grande regola di vita: mai insuperbirsi quando le cose vanno bene. Espressione riferita a chi pur ricoprendo posti modesti nella società cerca di far credere di essere importante.

Simə tuttə buenə a pparlè ma nəssciunə a ffè Siamo tutti bravi a parlare ma nessuno ad operare.

Sìmələ nan mangə sìmələ Simile non mangia simile. È difficile che persone appartenenti alla stessa casta e con gli stessi interessi si danneggino fra di loro. I latini dicevano: Canis canem non est (cane non mangia cane).

Sìmənə sulə e fannə nu quartarulə Semina da solo e e fanne un quartarolo. Il senso è: meglio da solo perché poi il raccolto, ancorchè poco, sarà solo tuo e per te abbondante. Non è proprio il massimo della cooperazione. Corrisponde al detto: Chi fa da sé fa per tre.

Sində, vitə e stattə cittə, cə wè stè ‘nzanda pescə Senti, vedi e sta zitto, se vuoi stare in santa pace. Sarà vero, ma l’omertà non è da gente civile.

Sobbə o dolcə u muirrə sə folcə Sul dolce il vino ci sta bene (letter.: si ficca).

Sobbə o finə stè u strafinə Al di sopra del fine sta il sopraffino. Pertanto non si illudano i furbi perché c’è sempre qualcuno più furbo di loro.

Sò ccangetə i staggiunə: i pèchərəretə e mundunə Sono cambiati i tempi: le femmine (pèchərə = pecore) rincorrono i maschi (mundunə = montoni).

Sò ccomə a l’amiscə du buenə timbə: càngənə comə o wində Sono come gli amici del bel tempo, cambiano come il vento. Non sono più amici se ci si viene a trovare in difficoltà.

Sò ccomə e fretə də la macelnə Sono come i fratelli dell’arcolaio. Sono fratelli in disaccordo che non si incontrano mai come le stecche dell’arcolaio che girano sempre ma non s’incontrano mai.

Sò ccomə u diàulə e l’acquasandə! Sono come il diavolo e l’acqua santa (sono incompatibili).

Sò ffattə pə ffarmə la croscə e mə sò cəchetə l’ècchjə Ho tentato di farmi il segno della croce e mi sono accecato un occhio. È ciò che dice lo sfortunato che cerca di cambiare posizione per ricavarne un qualche vantaggio e peggiora la situazione. Si racconta di un uomo che, stanco per il pesante lavoro che faceva tutti i giorni, pensò di farsi frate. “Ddè sə stè bbuene, sckittə nu puicchə də rəsàrəjə e po’ sə mangə, sə bevə e sə dormə” (là si sta bene, solo un po’ di rosario e poi si mangia, si beve e si dorme). Ma dovette ricredersi subito quando l’abate gli disse: “Da domani dovrai zappare l’orto tutti i giorni dall’alba al tramonto”. Al povero novello frate gli caddero le braccia e alzando gli occhi al cielo disse con un filo di voce: “Sò ffattə pə ffarməla croscə e mə sò cəchetə l’ècchjə”.

Sò ffazzəlìttərə ca sə tènənə arrəpetə Sono fazzoletti che si conservano. Frase sulla bocca di chi riceve un torto e vuole mantenerlo nella memoria per un eventuale contraccambio.

Soldə chjemə soldə Soldo chiama soldo. Chi è ricco si arrcchisce sempre di più.

Sò mmangetə cazzə, cucuzzillə e jovə Ho mangiato cacchio, zucchine e uova. Espressione per dire quello che ho mangiato non sono tenuto a dirlo a te!

Sottə a la nàivə stè u puenə e sottə a l’acquə stè la femə Sotto la neve sta il pane e sotto l’acqua sta la fame. Si sa che il grano cresce ugualmente sotto la coltre di neve, ma con la pioggia, invece, marcisce.  

Sottə o sparagnə stè u uadagnə Sotto il risparmio sta il guadagno. Se si risparmia nei consumi, il guadagno è certo.

Sò ttuttə na vendə ma non zò ttuttə na mmendə Sono tutti da un ventre ma non sono tutti una mente. Fratelli e sorelle sì, ma caratteri diversi.

Sparagnə e cumbarisscə Risparmi e fai bella figura.

Stè chiù timbə ca vitə C’è più tempo che vita. Questa, purtroppo, è la verità.

Stè rridə che l’àngələ Sta ridendo con l’angelo. Frase tipica della giovane mamma e degli anziani quando notano il serafico sorriso del neonato mentre dorme.

Stonnə comə jognə apònəjə Stanno come unghia e carne cioè, sono molto uniti, inseparabili. Di due persone inseparabili o legati da una grande amicizia si dice che sono: culo e camicia.

Sulə mə mongə la vacchə, sulə mə vevə u lattə Da solo mungo la mucca, da solo mi bevo il latte. Esprime risentimento di chi lavora da solo senza ricevere aiuto alcuno da altri e monito a chi spera di ricevere qualche piccolo beneficio da quella fatica.

Tandə jè lundenə chesə da castə, quandə jè lundenə castə da chesə Tanto è lontana casa mia da casa tua, quanto casa tua da casa mia. Forma di rimprovero nei confronti di chi è poco incline a fare visite di cortesia, adducendo come pretesto l’eccessiva lontananza della propria casa.

Tandə luscə e tandə n’annuscə Se è tempo di neve, più il sole fa capolino, più copiosa scenderà la neve.

Tandə məstirrə cangə, tandə dəlurə assaggə Più mestieri cambi, più dolori provi.

Tandə ricchə marənerə, tandə pàurə pəscatorə Tanto ricco marinaio, tanto povero pescatore. Le sciagure, le malattie, la morte stanno per tutti: ricchi e poveri.

T’awonnə a ccandè u settə ‘ndòmənə e ‘ndòmənə jinda a la chjissə də Samməchelə Ti canteranno il “sit nomen Domini” nella chiesa di S. Michele. Una maledizione che equivale a “che tu possa crepare”; in questa chiesa, infatti, i defunti ricevevano l’ultima ufficiatura. Sit nomen Domini è parte della locuzione latina Deus dedit, Deus abstulit: sit nomen Domini benedictum! (Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore!). Sono le parole pronunciate da Giobbe, quando i servi gli annunciano le gravissime sventure piombate all'improvviso sulla sua famiglia: quanto possedeva, buoi, asini, pecore, cammelli, servi e figli sono tutti morti. La frase si cita per comprendere, in funzione di un più grande disegno divino, le disgrazie della vita. La frase finale sit nomen Domini benedictum, si usa prima di impartire le benedizioni.

T’è ‘mbarè e po t’è perdə T’insegnerò e poi ti perderò. Significa che, una volta imparato il mestiere, bisogna cavarsela da soli. È anche un’amara constatazione della consapevolezza che solo la necessità lega i più giovani agli anziani; presto i primi acquisiranno autonomia, allontanandosi per sempre dai secondi.

Tenə e tenə u ruttə portə u senə Tana e tana, il rotto porta il sano. Il proverbio vuol dire che spesso chi non sta bene (u ruttə = il rotto) sostiene o fa il lavoro di chi è sano.

Tənè i vràzzərə lognə Avere le braccia lunghe, cioè, avere molte aderenze e conoscenze utili.

Tənə la faccə tostə com’e jaddinə vìcchjə Ha la faccia tosta delle galline vecchie. L’espressione vuole indicare insolenza, arroganza, avere una faccia di bronzo, una sfacciataggine.

Tenə na menə p’asiggə e l’altə pə nan pajè Ha una mano per esigere e l’altra per non pagare. Descrive chi è avido di danaro.

Tərrenə tərrenə, ci ll’àcchjə sə lu/la tenə Terreno terreno, chi lo/la trova se lo/la tiene. Frase tipica di ragazzini alla ricerca di qualcosa che s’è perduta.

Tə stè ‘ppinnə a na ramàgghjə spəzzetə Ti stai appendendo ad un ramo spezzato. Si dice di chi cerca un appoggio da chi sostegni non è in grado di darne.

Tərnisə e cusscienzə nan zə sepə cə li tenə Denaro e coscienza non si sa chi li ha.

Timbə də virnə e culə də criaturə na stannə mè səcurə D’inverno o con un bambino in braccio non si è mai sicuri. L'inverno ed i bambini sono poco affidabili: c'è il rischio di restarne bagnati.

Timbə ‘ng’è mmettə ma u crauttə t’è ffè, dissə u pappòttələ a la fevə Tempo impiegherò ma il buco ti farò, disse il tonchio alla fava. Con caparbietà ed insistenza si raggiungere l’obbiettivo.

Tinnə quann’è, ca quannə nan dinnə nəssciunə tə dè Tieni (conserva) quando hai, perché quando non hai nessuno ti dà. Ottimo consiglio e invito al risparmio.

Tirə chjù u pilə də na fèmənə ca na parìgghjə də wevə   Tira più il pelo di una donna che un pariglia di buoi. Il fascino di una donna ha una forza irresistibile.

Tissə ca tàgghjə Tessi che tagli (la stoffa del telaio). Si dice a chi si lamenta che il lavoro non finisce mai.

Trattə chə junə mègghjə də tàjə e fangə i spàisə da sobbə Tratta con uno migliore di te e fagli le spese in sovrappiù. È bene trattare chi può dare utili insegnamenti, anche se ciò comporta un costo materiale.

Tre ddì durə la dittə Tre giorni dura la diceria. La gente dimentica facilmente.

Tre sondə i chepəfissə: cə caminə də chepə retə, cə fumə a la ‘nghjanetə e cə tenə nu pətruddə jind’a scarpə e nan zu levə Tre sono i capifessi: chi cammina con la testa all’indietro, chi fuma in salita e chi ha una pietruzza nella scarpa e non se la toglie. Non c’è bisogno di commento.

Trùvələ də chesə e wascezzə də chjazzə. Scorbutico in casa e allegro con gli amici. È la lamentela delle mogli verso i propri mariti perché preferirebbero che non andassero sempre in giro con gli amici.

Tu a fè u zitə e jì t’è mənè i canəlinə Tu devi sposarti ed io devo tirarti i confettini. Significa che uno ci deve guadagnare da un affare e un altro deve sopportare le spese.

Tu adà parlè quannə pisscə la jaddinə Devi parlare quando urina la gallina. Le galline, come tutti gli uccelli, non hanno l’apparato urinario e quindi non espellono apparentemente la pioggia dorata; il modo di dire significa che non deve parlare mai. Ho detto apparentemente in quanto i volatili espellono l’urina con il loro contenuto fecale, attraverso un unico punto di uscita, un organo che si chiama cloaca.

Tu arraggiunə com’a nu giurnelə strazzetə Ragioni come un giornale strappato, cioè ciò che dici è poco chiaro, non ha un filo logico.

Tuttə la vòlənə e nəssciunə la pìgghjə Tutti la desiderano ma nessuno la sposa. Somiglia al detto napoletano “’a bell’e ciglie tutte a vonne e nisciune s’a piglie”. Era costume corteggiare le ragazze molto belle ma nessuno pensava minimamente di sposarle per timore che potessero avere avuto esperienze nel passato o ancor più … averne nel futuro.

Tuttə prəmèttənə merə e munnə, ma tu rəmuannə mazzə e chiddə tunnə Tutti promettono mari e monti, ma tu rimani magro (povero) e quelli (i politici) tondi (ricchi).

Tuttə u munnə jè comə a castə Tutto il mondo è come casa tua. Ogni mondo è paese.

Tutt’i càpərə tènənə i capiddə, ma non duttə tènənə u cərviddə Tutte le teste hanno capelli ma non tutte hanno cervelli.

Tu u wulistə e mo pàppətə quistə Tu l’hai voluto e adesso pappati questo. Quistə e non cussə per motivo di rima. Ricorda il verso di una nota canzone napoletana: t’è piaciute t’è piaciute, tinatille cara cara…

Tu vè cchjannə mortə livamminnə Tu vai trovando morte toglimi davanti. Così dice chi sta perdendo la pazienza per il comportamento molto indisponente di qualcuno.

Uàsərə e pìzzəchə nan fàscənə pərtusə Baci e pizzichi non fanno pertugio. Sono manifestazioni di affetto che non arrecano danno.

U busciardə a tənè bona məmòrjə Il bugiardo deve avere buona memoria per non essere scoperto. Ricorda l’oratore romano Marco Fabio Quintiliano col suo: Mendacem memorem esse oportet = bisogna che il mendace sia memore. 

U chəlombrə ‘mmocchə o puerchə Il fiorone in bocca al maiale. Ricorda la famosa locuzione latina margaritas ante porcos (le perle ai maiali), tratta dal Vangelo secondo Matteo (7, 6) e fa parte di un elenco di raccomandazioni che Cristo fa ai suoi discepoli dopo il celebre discorso della montagna: “Nolite dare sanctum canibus, neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis, … (non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino, …). Non bisogna sprecare le cose di valore, materiali e non, dandole a chi non è in grado di apprezzarle.

U ciuccə l’annuscə e u ciuccə su muangə L’asino la porta e l’asino se la mangia (la paglia). È l'egoista che provvede esclusivamente alle proprie necessità.

U cuenə də la wucciarì, chjinə də sagnə e muertə də femə Il cane della beccheria, pieno di sangue e morto di fame. Spesso le apparenze ingannano.

U curnutə jè səmbə surdə Il cornuto è sempre sordo. Detto di chi non sente o non vuole sentire cose spiacevoli che lo riguardano.

U dolcə su muàngənə i mòschələ Il dolce se lo mangiano le mosche. I buoni sono vittime dei cattivi.

U dulàurə jè də ci lu sendə Il dolore è di chi lo sente.

Uè linə e nàtəchə callə Vuoi lino e natiche calde, cioè, vuoi portare mutande di lino e pretendi che diano calore.

Uè mettə da màjə a Mənzəgnorə Vuoi mettere da me a monsignore. Si dice quando si vuole evidenziare l’enorme differenza che passa fra una cosa e l’altra, fra una persona e l’altra.

Uerrə e pestə (təmbestə) cə spògghjə e cə vestə Guerra e peste (tempesta) chi spoglia e chi veste. Le calamità rovinano alcuni ma arricchiscono altri.

U fessə volə u spichə Il fesso vuole la spiegazione. Corrisponde a “intelligenti pauca”, cioè, l’intelligente non ha bisogno di spiegazioni.

U giovədì nan è pə ttuttə: cə mangə i fevə e cə fescə u rəgghjuttə Il giovedì non è per tutti, chi mangia fave e chi fa rutti. Il senso è che c’è chi mangia bene e in abbondanza, il che porta a fare rutti, e chi mangia solo fave.

U littə jè rosə; cə nan dermə tə rəposə Il letto è rosa; se non riesci a dormire, almeno ti riposi.

U ‘mbrellə nan zervə sckittə quannə chjovə L’ombrello non serve solo quando piove. Significa che un oggetto può servire per più cose.

U mègghjə afferə jè cuddə ca nan zə fescə L’affare migliore è quello che non si fa. È sicuramente l’unico modo per evitare probabili fregature.

U mègghjə amichə, la mègghjə pətretə Dal migliore amico, la migliore sassata.

U mègghjə cunzamində jè l’appətitə Il migliore condimento è l’appetito. Il filosofo greco Socrate diceva: Cibi condimentum esse famem (la fame è il condimento del cibo).

U muelə c’addəmurə pìgghjə vìzzjə Il male che perdura, prende vizio (s’incancrenisce). Se non s’interviene subito a curare i piccoli mali fisici e spirituali, si corre il rischio che col tempo questi divengano insanabili.

U muelə ca wè all’altə, a ttàjə s’avvəcinə Il male che auguri agli altri, a te si avvicina.

U muertə nan gaccə sagnə Il morto non caccia sangue. A che vale accanirsi contro un debitore (il morto) che non ha più niente (sangue)? Corrisponde all’italiano: non puoi cavare sangue da una rapa o al latino: ex nihilo nihil = dal nulla non si ricava nulla.

U muervə scennə do nesə Il muco scende dal naso. La colpa è sempre da ricercare in chi sta a capo.

U muestədasscə wastə i portə e aggiustə i casscə Il falegname guasta le porte e aggiusta le casse. Ironia scherzosa nei confronti dei falegnami.

U muìdəchə pietosə fescə la fəritə vərmənosə Il medico pietoso rende la piaga verminosa. A volte, se necessario, bisogna intervenire anche drasticamente.

U muttə cə nan è minzə, jè tuttə Il proverbio se non è mezzo, è tutto. Nel proverbio c’è sempre qualcosa di vero.

U nonnə accògghjə, l’attenə arripə, u figghjə struscə Il nonno raccoglie, il padre conserva, il figlio consuma.

U ‘nziddə crawottə la petə La goccia scava la pietra. Ricorda il latino: Gutta cavat lapidem. Chi insiste e non si arrende, raggiunge il risultato.

Uochə a cangè l’acquə a l’alì Vado a cambiare l’acqua alle olive. È un modo poco rozzo per dire: vado a fare pipì.

Uofə passcə e cambena sonə Bue pascola e campanaccio suona. Si dice di quando le cose vanno come devono andare.

Uògghjə benə a ttuttə, ma a ‘màjə chjù də tuttə Voglio bene a tutti, ma a me di più. I nostri avi latini direbbero: Prima charitas incipit a me ipso (la prima carità comincia da me).

U pòvərə quannə levə, u ricchə quannə la volə Il povero quando l’ha, il ricco quando la vuole (la carne). Fuori dal senso letterale dove si parla di carne, il proverbio è sempre attuale perchè ritrae la realtà dura del povero e quella piacevole del ricco.

U prədǝcatorǝ prədǝchescə pə ttuttǝ Il predicatore predica per tutti.

U prim’annə a ‘ccorə a ‘ccorə, u səcondə a ‘cculə a ‘cculə, u terzə a calcə n’gulə Il primo anno cuore a cuore, il secondo culo a culo, il terzo a calci in culo. È la fine dell’infatuazione amorosa.

U primə pənzirrə jè jàngələ Il primo pensiero è angelo. Si credeva che il primo pensiero venisse ispirato direttamente da un angelo.

U puaràitə nan denə rècchjə e ssendə La parete non ha orecchie e sente. È un invito a essere cauti nell'esprimersi in quanto si teme di essere spiati, come se anche i muri avessero le orecchie e potessero così ascoltare quanto viene detto. I latini dicevano più concisamente: Parietes habent aures (le pareti hanno orecchie).

U puatrunə du ciuccə vè allappitə Il padrone dell’asino va a piedi. Il senso è simile a quello del U scuarperə vè senza scarpə = il calzolaio va senza scarpe.

U puesscə affətesscə dalla chepə Il pesce puzza dalla testa. La colpa di ciò che non va nella società è da ricercare sempre in chi occupa posti di responsabilità. I latini dicevano: Piscis primum a capite foetet (il pesce comincia a puzzare dalla testa).

U puesscə də Maladì: buenə, frisckə e mərchetə Il pesce di Melodia, buono, fresco e mercato. Si dice di chi pretende di avere qualcosa di molto buono a prezzo irrisorio.

U puesscə doppə trè ddì affətesscə Il pesce dopo tre giorni puzza. È riferito all’ospite che non è più gradito dopo qualche giorno.

U puicchə avanzə e l’assè ‘ngə volə Il poco avanza il troppo ci vuole.

U puirdə fescə ritə, la loffə fescə fè litə Il peto fa ridere, la loffa fa litigare (forse perché quest’ultima viene negato dall’artefice).

U pulpə sə coscə chə ll’acqua sawa stessə Il polpo si cucina con la sua stessa acqua. Diamo tempo al tempo, aspettiamo che chi è in errore si ravveda, ed è inutile preoccuparsi, tanto il tempo mette tutto a posto.

U russə venə do mussə Il rosso (la salute) viene dal muso (dalla bocca). Per la buona salute ci vuole una buona alimentazione.

U sagnə nan fescə mè jacquə Il sangue non può trasformarsi mai in acqua. Conferma della solidarietà determinata da vincoli di parentela.

U sàzzjə nan gretə o dəsciunə Chi è sazio non crede a chi è digiuno. Le cose bisogna viverle direttamente per capirle.

U scuarperə vè senza scarpə (scalzə) Il calzolaio va senza scarpe. È tanto preso dal lavoro e dalla necessità di guadagnare che non pensa a se stesso.

U sfurtənetə chedə a vì də retə e sə rombə la pondə du nesə Lo sfortunato cade all’indietro e si rompe la punta del naso. Il colmo della sfortuna.

U sò səndutə də discə jè menza buscì L’ho sentito dire è mezza bugia. Corrisponde al latino: Ex relatu referre fere mentiri est = riferire per aver sentito dire è quasi mentire.

U sparagnə jè tuttə wadagnə Il risparmio è tutto guadagno perché, per dirla con un altro proverbio, chi conserva quello che ha, lo troverà quando non avrà.

U spavində velə pə ccində Lo spavento vale per cento. Vale più un forte spavento che cento rimproveri o consigli intesi ad evitare probabili brutte conseguenze.

U stezzə vè cchjannə u sezzə Il pezzo vuole il pari. Ognuno sta bene col suo pari (il bambino col bambino, etc..). Per dirla con i nostri avi latini: pares cum paribus facillime congregantur = i simili con i simili si aggregano facilmente.

U sudàurə du fuatì adorə Il sudore del lavoro profuma.

U suwìrchjə jè comə o mangandə Il soverchio è come il mancante. La sovrabbondanza e l’insufficienza stonano entrambe.

U suwìrchjə rombə u cupuìrchjə Il soverchio rompe il coperchio, cioè, il troppo storpia.

U tautə nan denə sacchittə La bara non ha tasche. Vale a dire che la ricchezza non ha posto nell’aldilà.

U warəvirrə tə fescə bellə, u muirrə tə fescə uappə, la fèmənə tə fescə fessə Il barbiere ti fa bello, il vino ti fa guappo, la donna ti fa fesso.

U wè? s’addəmmannə e maletə Ne vuoi? si chiede ai malati. È da ipocriti chiedere a chi è in buona salute se gradisce del cibo.

U wofə discə curnutə o ciuccə Il bue dice cornuto all’asino. Chi attribuisce agli altri quei difetti che proprio lui stesso ha.

U zitə jè comə o piattə: junə sə rombə e l’altə s’accattə Lo sposo e come il piatto: se si rompe se ne compre un altro. Il senso è quello di non drammatizzare se finisce una relazione importante, se ne può iniziare sempre un’altra.

Va bbenə, dəcì Donna Lenə quannə sapì ca la fìgghjə stàjə prenə Va bene, disse Donna Lena quando seppe che la figlia era incinta. Il proverbio descrive il comportamento di gran parte di noi quando qualcosa di censurabile riguarda noi stessi o la nostra famiglia.

Vàuscə də Ddìjə, vàuscə də pòpələ Voce di Dio, voce di popolo. Questa antica sentenza, sta a significare che opinioni e giudizi popolari, o comunemente accettati, devono o possono ritenersi veri e giusti.

Vè cchjannə la pezzə a chəlorə Va cercando la pezza a colore. È alla ricerca di una stoffa della stessa tonalità, il che è molto difficile, così come difficile è trovare scuse per giustificarsi. Corrisponde grosso modo all’italiano: arrampicarsi sugli specchi.

Vè da l’amichə e na ‘ngə scennə spissə; ca tə stè ddè la seggə e stè ddiscə: jissə Va dall’amico e non andare spesso; che ti sta dando la sedia e ti sta dicendo: esci. Equivale grosso modo a: l’ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza.

Vè comə na cannelə ‘ngann’a vvində Va come una candela contro vento. Descrive una persona macilenta che cammina barcollando a somiglianza della tremula fiammella di una candela.

Vè dannə u buannə Va dando il bando. Frase detta nei confronti di chi andava a riferire cose private di qualcuno ad altri; questa stessa persona, poi, dopo aver detto di tutto e di più, concludeva dicendo: ehi ca jì nan də sò ddittə nuddə = ehi, io non ti ho detto nulla.

Vəlenə sobba vəlenə nan zè comə tə venə Veleno su veleno non sai come ti viene. Dal continuo sopportare ingoiando amaro potrebbero derivare cose spiacevoli.

Venda pəzzutə volə u fusə, venda chjattə volə la zappə Ventre a punta, vuole il fuso, ventre piatto vuole la zappa. Si credeva che la donna incinta con ventre a punta avrebbe avuto una femminuccia, con ventre piatto un maschietto.

Vendə e pizzə comə l’avvizzə Ventre e pizzo (pene) come li avvezzi.

Vè t’a ffè na sagnə càrəchə a cəliscə Vatti a fare una lasagna molta brodosa. Come a dire: togliti dai piedi.

Vistə cəppune ca pàrənə barunə Vesti bene i ceppi e sembreranno baroni. Anche una persona non bella (il ceppo è l’alberello contorto della vite), se si veste con eleganza, sembrerà bella. Spesso l'apparenza è più vantaggiosa della sostanza.

Volə abbugghjè u sàulə chə la ràchənə Vuole coprire il sole con una stuoia. Si dice di chi vuol fare cose impossibili.

Volə scì sembə da sobbə comə all’ègghjə Vuole stare sempre sopra come l’olio. Il prepotente vuole sempre, a torto o a ragione, prevalere sugli altri, stare al di sopra come l’olio sull’acqua.

Vol’essə fattə l’efə do purginə Vuol essere fatto l’uovo dal pulcino. Forma di rimprovero quando si dà un incarico da adulto ad un bambino.

Vulàjə accidə i zòcchənə e abbrusciò u pagghjerə Voleva uccidere i ratti e bruciò il pagliaio. A volte per ottenere un vantaggio, si rischia di compromettere tutto.

Zombə u chəcombrə e vè ‘ngulə a l’urtəlenə salta il cocomero e va in culo all’ortolano. Qualsiasi evento sfavorevole si ripercuote esclusivamente sulle classi meno abbienti.