Ecco una breve raccolta di curiosità sull’origine e significato di tipici lemmi e detti altamurani alcuni dei quali inseriti nel vocabolario.

Abbasscə a Memè Giù da Memè, cioè al cimitero. Memè, diminutivo di Martəmuè (Bartolomeo) era il nome di un custode del cimitero.

Accitapədùcchjə Testardo. Lett.: schiacciapidocchi. Come mai ha assunto il significato attuale di testardo? Si racconta di un marito e di una moglie che litigavano continuamente. Una volta il litigio fu più burrascoso del solito e la moglie disse  al marito che era nu bultràunə (un poltrone), n’accitapədùcchjə (uno sciacciapidocchi)… ma l’uomo, che non sopportava quella parola, afferrò la moglie e sbatacchiandola violentemente le intimò di non dirla più. Quella però, per nulla intimorita, continuava ad usare quella parola nonostante il marito la stesse picchiando violentemente. Al culmine dell’ira, la legò ad una corda e la immerse in un pozzo. Non potendo parlare perché coperta dall’acqua, la donna, con il pollice,  fece il tipico gesto di chi schiaccia un pidocchio. Di fronte a tanta testardaggine il marito si arrese e tirò su dal pozzo la moglie che, con un filo di voce, continuava a dire: accitapədùcchjə, accitapədùcchjə…

A ccuddə ca l’è cundetə nu piattə də ngartəlletə, a ccuddə ca l’è səndutə nu piattə də sùrəchə arrəstutə A chi le ha raccontate un piatto di cartellate, a chi le ha ascoltate un piatto di topi arrostiti. Filastrocca che si aggiungeva a conclusione delle favolette che le nonne e le mamme raccontavano ai piccoli.

A cchesa vəndottə A casa 28. L’espressione è di origine napoletana e indica un grande locale, sito a Napoli al N. 28, dove i poveri si recavano per un pasto caldo gratuito. Da noi significa semplicemente essere invitato a pranzo.

All’arvə di chjuppə Agli alberi di pioppo. Indica il luogo dove ci sono i pioppi, cioè il cimitero.

Am’acchjetə la criaturə Abbiamo trovato la creatura. Era la frase che si usava dire quando la mattina ci si trovava davanti alla città tutta coperta di neve.

Amico Frizzə Amico Fritz. È un modo bonario e scherzoso con cui si chiama un amico. Molto probabilmente deriva dal fatto che Fritz era il nome che i francesi  davano un po’ a tutti  i soldati tedeschi nella II guerra mondiale.

Aniddə də Sandə Nəcole Anello di S. Nicola. Era opinione diffusa che le ragazze in età di matrimonio che, entrando in S. Nicola, fossero state colpite dallo scintillio dell’anello di S. Nicola, si sarebbero sposate entro l’anno.

A nnomə də Dijə In nome di Dio. Sorta di invocazione per l’inizio di qualsiasi cosa o quando si assaporavano le primizie.

Apparulè Dare la parola. Era il primo incontro ufficiale a casa della futura sposa quando si faceva la promessa di matrimonio. Dopo aver dato il regalo alla donna, di solito guanti e borsetta in pelle, si dava inizio alle trattative; i genitori dei due promessi sposi elencavano cosa avrebbero dato ai figli e se si raggiungeva l’accordo, si fissava la data del fidanzamento.

Apprəzzè i pannə Apprezzare i panni. Qualche giorno prima del matrimonio gli sposi usavano esporre il corredo per una settimana e in quell’occasione si chiamava una persona competente, di solito una sarta, che aveva il compito di apprəzzè i pannə, di dare, cioè, una valutazione del corredo esposto.

Arrəvè e fichə də Ciccə Arrivare ai fichi di Ciccio. L’espressione significa giungere alla fine e sembra derivi dal fatto che un tale Ciccio avesse un fondo con alberi di fichi a ridosso del cimitero; da qui il senso non proprio allegro dell’espressione.

Assassinə Assassino. Deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare i seguaci di un gruppo ismailita che seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come "il Veglio della Montagna". Gli aderenti alla setta avevano costituito una sorta di organizzazione terroristica per compiere azioni violente e assassini politici in vari paesi dell’Oriente. Pare che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo fumassero una grande quantità di hashish. In seguito il termine ha assunto il significato di assassino.

A təlerə nestə A telaio nostro. Significa che qualcosa viene fatta come Dio comanda, in modo egregio, genuino, come se venisse fatto con il telaio locale.

Avà venì Baffonə Verrà Baffone; prima o poi verrà chi metterà a posto le cose. Si dice avà venì Baffonə perchè la figura di Stalin, detto Baffone a causa dei suoi folti baffi, ha influenzato un'importante fazione della politica italiana. Lavoratori, operai e contadini vedevano l'Unione Sovietica come un luogo dove regnava la giustizia e tutto funzionava grazie alla forza del dittatore che loro ritenevano giusto e illuminato. La frase in questione è rimasta nel frasario popolare per indicare che quando qualcosa non va o c'è un'ingiustizia ci vorrebbe un dittatore giusto come Stalin. Certo è sbagliato rivolgersi a quel dittatore sanguinario criminale, ma sono i retaggi di una vecchia cultura popolare.

Bannə də Cìcərə Frittə. È la bassa musica altamurana che suona canzoni e marcette sotto la guida del flautista durante le varie manifestazioni religiose e civili. La sua musica allegra e assordante richiama molta gente sulla strada su cui si snodava il corteo religioso o civile. Nata nel 1933, si compone di cinque strumenti musicali: i piatti (i zinnə zinnə), il clarinetto, il tamburo, il sax e la grancassa. Originariamente era chiamata La bannə di gnummureddə. Il nome trae origine dal fatto che in occasione delle feste patronali San Gəseppə, Sanda Renə e Sanda Marì il comitato organizzatore,  accompagnato dalla bassa musica, faceva la questua raccogliendo contributi dai vari esercizi commerciali tra i quali le macellerie. Il macellaio al questuante dava il contributo e alla bassa musica offriva un cartoccio di involtini di agnello o di pecora. Da questa consuetudine al complesso fu dato il nome di La bannə di gnummureddə. In seguito tale denominazione fu sostituita con La bannə də cìcərə frittə. Questa sostituzione, pare, sia dovuta alla professione del nonno del flautista, che vendeva, in occasione di feste religiose, “cìcərə frittə e səmendə də cucuzzə”.

Bənədichə Benedica. È un’interiezione che viene dal latino “benedicat (Deus)” = benedica (Iddio). Che Dio benedica! Espressione di compiacimento e auguri in genere, specialmente ammirando un neonato o un bambino, che cresce bene in salute.

Bivə a ccalìcchjə Bevi a calicchio. Calìcchjə dal latino cauliculus = beccucio della brocca. L’espressione è usata per dire che non c’è altro da fare e corrisponde grosso modo a “attaccati al tram, arrangiati”.

Blugginzə Blue jeans. Viene dall’inglese: blue jeans. Sembra che jeans sia un tessuto inventato in Italia ed usato molto probabilmente dai marinai genovesi e che il termine inglese blue jeans derivi direttamente dal francese bleu de Gênes, cioè, blu di Genova. Già nel 1400, infatti, si produceva in Piemonte un tipo di stoffa di colore blu che veniva esportato attraverso il porto antico di Genova, dove questo tipo di tela blu era usata per confezionare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci nel porto.

Bonaffəcəjetə Lotto. È il gioco del Lotto. Il termine deriva dal napoletano bonafficiata, cioè,  beneficiata. Le beneficiate erano le vincitrici di una speciale lotteria che si teneva a Napoli per sorteggiare periodicamente delle ragazze povere cui dare una dote in denaro perchè potessero maritarsi. Tale Lotto delle Zitelle nacque nel tardo 1600 e prevedeva l’abbinamento a numeri dei nomi di ragazze bisognose che, all’inizio, venivano scelte dalla Regia Camera e poi, dal 1688, da appositi appaltatori, anche su indicazione di orfanotrofi e simili. Il numero delle fanciulle ammesse variava tra 80 e 90 e solo 5 di esse vincevano la dote. Questo tipo di lotteria fu soppressa nel 1865.

Brè Sacchettino a forma di cuore contenente un’immagine sacra inserito nello stùppələ (fasce).

Buannə Banditore, imbonitore. Era un personaggio caratteristico del luogo. Costui andava in giro per le strade del paese e dopo aver suonato un corno o un tamburino faceva una comunicazione alla cittadinanza che di solito riguardava l’apertura di un nuovo negozio, l’arrivo del pesce fresco, la perdita di qualcosa e la ricompensa relativa a chi l’avesse trovata, un bando comunale, etc.

Buongaminə Buoncammino. Il santuario della Madonna del Buoncammino si trova sulla strada che anticamente portava a Bari. In origine c’era soltanto una nicchia, eretta dagli abitanti della città, in cui era collocata un’immagine della Madonna che costituiva per il viandante un segno di protezione lungo il cammino attraverso la Murgia, dove la strada si faceva più solitaria e più insidiosa per la presenza di ladri. Nel popolo altamurano è stata sempre fortemente sentita la devozione alla Madonna del Buoncammino. Folcloristicamente legata a tale devozione  è la Cavalcata della Madonna del Buon Cammino che ha luogo la domenica successiva al 15 agosto. Il primo atto del rituale consiste nell’asta della bandiera. Questa ha inizio abbasscə a Tringhəniddə (nei pressi dell’incrocio tra Via Bari e Via Ofanto; il nome deriva dal fatto che l’ultima casa in quella zona apparteneva ad una famiglia soprannominata, appunto, Tringhəniddə) e termina fino al raggiungimento della chianghetə də la Purtəverə (chianca di Porta Bari). Il banditore avanza seguendo il percorso, sempre accompagnato dal rullo del tamburo, e si ferma ogniqualvolta viene lanciata un’offerta. A Porta Bari la bandiera viene aggiudicata al miglior offerente, tra gli applausi e i festeggiamenti per il vincitore. Questi è considerato il presidente onorario della festa e da quel giorno conserverà per tutto l’anno nella sua casa la bandiera. Terminata l’asta della bandiera ha inizio la processione. Il trasporto della statua in città avviene con grande partecipazione di popolo. La statua è collocata su un carro tirato da massicci buoi bianchi. Sul carro siedono i bambini che circondano la statua cantando. Precede il carro un corteo di cavalli, ornati di gualdrappe, di fiori e lampadine alla testa e alla criniera. I cavalieri indossano pantaloni neri, camicia bianca e drappo rosso alla vita, tipico abbigliamento del contadino altamurano. Ogni cavallo ha il suo palafreniere. La processione attraversa, tra una fiumana di popolo, la Via Bari, poi segue l’estramurale iniziando da Via Gravina per ritornare a porta Bari, da dove, dopo l’onore reso alla Madonna da parte del Vescovo, del clero e del sindaco che le consegna le chiavi della città, si va verso la Cattedrale. Ecco qualche curiosità: 1. inizialmente la statua della Madonna veniva collocata nella chiesa di S. Teresa e in quella di S. Domenico alternativamente e solo dal 1920 la sua collocazione definitiva è la Cattedrale;  2. nel 1925 venne istituita pure in America la festa della Madonna del Buoncammino a cui vi partecipano migliaia di emigrati altamurani e loro figli; la bandiera americana è presente durante la Cavalcata;  3. la quotazione record dell’asta della bandiera è stata di 43.000,00 euro aggiudicata dalle famiglie Clemente-Patella (noti imprenditori titolare di alberghi e ristoranti) nel 2005.

Calzə a la zuarrə Pantaloni alla zuava. Erano pantaloni larghi e legati sotto il ginocchio alla maniera degli zuavi, soldati indigeni d’Algeria.

Calzə a la zumbafussə Pantaloni alla saltafossi. Erano pantaloni che arrivano al polpaccio, non intralciano nei movimenti ed erano utili per poter saltare più facilmente muri e pozzanghere.

Calzədində Mutande lunghe da uomo. Lett.: pantaloni di dentro, cioè, i sottopantaloni.

Cambenə Campana. Il termine significa letteralmente vasi della Campania (nome della regione dove furono costruiti la prima volta) e viene dal latino vasa campana = vasi campani. Le campane hanno avuto un ruolo importante per la vita del paese. Si può dire che, fino agli anni quaranta, questa era scandita dai rintocchi delle campane in modo particolare di quelle della Cattedrale. Al primo suono, quello della messə də la chjissə, messa della chiesa all’alba (ora in cui i contadini si preparavano per andare in campagna), seguiva quello della messa matətinə, messa mattutina alle 7-8 (tempo di prepararsi per le varie attività della giornata: andare a scuola, aprire le botteghe, andare agli uffici, ecc.), poi quello della messa rannə, messa grande alle 10 (gli artigiani interrompevano il loro lavoro per un po’ e andavano a fare la spesa, a ppəgghjè na stubbətàggənə comprare qualcosa di poco valore, e quello della  messə də Cristə, messa di Cristo alle 11. C’erano anche i rintocchi di mezzogiorno (quando le massaie cominciavano a preparare il pasto), del vespro (nel primo pomeriggio) che invitava a riprendere il lavoro, dell’Avè Marì, Ave Maria (quando i contadini tornavano dalla campagna), delle do jorə, due ore dopo l’Ave Maria (intorno alle 19) ed infine do jorə də nottə, due ore di notte (quando si andava a letto, intorno alle 21-22). I rintocchi pomeridiani variavano con il variare delle stagioni.

Cambena rannə Campanone. È la campana della Cattedrale. Si dice che la cambena rannə fu data ad Altamura dai coratini in cambio di tante fave quante ne poteva contenere la campana (circa 4 q). Era tanta la miseria in cui versavano i coratini che questi, narra la leggenda, mentre bollivano le fave in un enorme pentolone per tutta la città, abbiano gridato: Arrəwùgghjə, arrəwùgghjə, ca nan zə n’èssənə li mùnəcə! = coprite, coprite altrimenti scappano via i tonchi!

Canaperə Funaio. Era detto u muestə all’andretə (mastro all’indietro) perché, dopo aver fissato un gancio sul marciapiede, svolgeva il suo lavoro procedendo all’indietro tirando e attorcigliando nel contempo i fiocchi di canapa che man mano diventavano funi.

Cannelə Candela. Era usanza popolare accendere la candela, ricevuta durante la messa della Candelora, vicino al moribondo che stava soffrendo moltissimo. Si credeva che in questo modo si rendeva più veloce e meno doloroso il passaggio all’altro mondo. 

Capesə Vaso da notte. Chiamato anche səgnurə (signora), era un recipiente alto e molto ca­pien­te, fatto in terra cotta smaltata o altro materiale e con due manici; serviva come raccoglitore di rifiuti organici umani per tutta la famiglia. Non esisteva la carta igienica e, prima ancora dell’utilizzo della carta di giornale, si usava, per certe pulizie uno straccio, la pezzə, lo stesso per tutta la famiglia. C’era anche la capesə per gente facoltosa inserita in un rivestimento di legno con coperchio.

Carəmè Fermare la fuoriuscita del sangue. Quando qualcuno si procurava una ferita, non si correva al pronto soccorso, ma si andava dalla fèmənə che sapeva carəmè; costei curava il paziente mantenendo chiusi i labbri della ferita con un fazzoletto imbevuto di vino mentre recitava delle parole magiche facendo sul taglio vari segni di croce. Il termine viene dal latino carminare che significa comporre versi ma anche comporre formule magiche forse per la consuetudine degli oracoli di esprimersi in versi di oscura interpretazione.

Carnə a stòzzərə e mirrə cu mutə Carne in abbondanza e vino con l’imbuto. Si parla di una mangiata degna di Pantagruel, il noto personaggio di F. Rabelais (1494-1553), che tradizionalmente impersona il tipo del gran mangiatore e gran bevitore.  

Cə jè franghә, jùngәmә tuttә Se è gratis, ungimi tutto; espressione dovuta ad un episodio riguardante un avaraccio in punto di morte. Questi si rifiutava ostinatamente di ricevere l’estrema unzione per timore di pagare chissà quale cifra; dopo aver appreso, però, che non doveva nulla al sacerdote e che questa era gratuita, disse: “Beh, allorə, cə jè franghә, jùngәmә tuttә”.

Cəliscə Broda, acqua di cottura della pasta, del riso o della verdura.  Il termine viene dal greco kilikion o dal latino cicilium (camicia), perché l’acqua di cottura, particolarmente della pasta o del riso, somiglia a una specie di camicia che copre ciò che si sta cucinando.

Chəlorə də chenə quannə fuscə  Colore di cane quando fugge. Espressione un po’ ironica per indicare un colore strano, indefinibile.

Chesə e pətàjə Casa e bottega. La locuzione chesə e pətàjə deriva dalla palese povertà di un tempo, in quanto per vivere spesso era necessario adattare a bottega di lavoro parte della propria abitazione.

Chə ssalutə  Con salute. Erano le parole dette abbracciando o dando la mano nel rito del saluto ad un funerale. È una forma di augurio affinché possa superare quei momenti difficili senza che la sua salute ne possa risentire.

Chiù abbasscə scemə e chiù calabbrisə acchjemə Più giù andiamo e più calabresi troviamo. Frase riferita dalle staffette altamurane mandate in avanscoperta verso la Calabria per conoscere la consistenza dell’esercito nemico del Cardinale Ruffo, composta per lo più da soldati calabresi. Oggi sta ad indicare il fatto che più si va avanti col lavoro e più difficoltà s’incontrano.

Ci jè u patrunə du muertə  Chi è il padrone del morto. Ogni volta che si verificava un evento luttuoso si presentava a metà mattinata nella casa dell’estinto un signore, un certo Ciccillo Quartarella che suonava l’organo nelle chiese. Era un cieco e viveva del poco che  racimolava, pregando per la remissione dei peccati della persona morta e recitando litanie, ave maria e de profundis. Erano sempre le stesse preghiere imparate a memoria. Finito il ciclo delle preghiere, volendo esprimere le proprie condoglianze, questo signore, che non conosceva i parenti dell’estinto, chiedeva: “Ci jè u patrunə du muertə?” Raccolto qualche spicciolo, prendeva il suo libro delle preghiere, il bastone e se ne andava mentre recitava l’ultimo règghja maternə (requiem aeternam).

Ci spartə, jevə la mègghja partə Chi fa le porzioni, ha la parte migliore. Chi gestisce, riesce sempre a trarne benefici. Una storiella altamurana parla di due fratelli che stavano bisticciando su come spartirsi i cinque uccellini che avevano catturato. Passò un prete che, vedendoli litigare, si propose di dirimere la controversia e disse: “Due uccellini spettano a me di diritto; altri due vanno a me perché sto dividendo, l’ultimo lo prendo io per il fastidio che mi sono preso”. Ciò detto, se ne andò mentre uno dei ragazzini, ancora stupito, disse: “Allorə jè verə ca ci spartə jevə  la mègghja partə”.

Cuanəlinə Confettino. Il termine viene dal greco kanela = cannella; nell’interno di questo confettino, infatti, c’è un pizzico di cannella.

Cuapədderə Capellaio. Compratore di capelli ambulante che circolava per le vie della città gridando: i capillə o capəllarə! i capelli al capellaio! Le donne, che avevano raccolto e conservato i capelli caduti quando si pettinavano, uscivano per barattarli con oggetti vari: vaschette, secchi, pettini, forbici, aghi, ecc. Le trecce avevano un valore maggiore. I capədderə, poi, vendevano i capelli a commercianti i quali, a loro volta, li vendevano ai parruccai.

Cuastiddə, Castiddə Castello. La zona dove si svolge quotidianamente il mercato della frutta è denominata u cuastiddə perché in questo luogo c’era il castello di Altamura di cui non c’è più traccia in quanto fu distrutto dai Borboni contro cui gli altamurani si erano ribellati e avevano fatto resistenza nel Maggio del 1799. Gli unici elementi che ce lo ricordano sono la cosiddetta Porticella e lo stemma angioino, sul muro degli uffici del deposito di sale e tabacchi in piazza Castello.

Cubba-cubbə Strumento musicale fatto con un barattolo ricoperto di pelle in cui è infilata un’asticella che, strofinata con la mano, produce un suono cupo caratteristico. Lo usavano nel periodo di carnevale le maschere che accompagnandosi col suono della cubba cubbə cantavano, chiedendo alla padrona di casa qualcosa (salsiccia, vino, etc..), canzoncine del tipo: cherə la patronə jissə u capətonə (cara la padrona tira fuori il capitone…, laddove per capitone s’intendeva salsiccia). 

Cucchjacùcchjə Coppia coppia. Termine con cui i paesi viciniori appellano scherzosamente gli altamurani. La voce nasce dal fatto che la Cattedrale è dotata di due campanili vicini.

Cuculècchjə Polpettina che si  fa con mollica di pane sbriciolata, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, e uovo. Si chiama così perché fra gli ingredienti c’è  u cucchə (l’uovo).

Cumbassatàurə Agrimensore, tecnico che usava il numero dei passi per le misurazioni. Il termine viene dal latino: compasso = misurare a passi.

Cummuendə di mònəchə novə Convento di S. Chiara. Il convento delle monache di clausura di S. Chiara fu espropriato e poi riacquistato da una ricca nobildonna che ripristinò il convento. Ciò potrebbe aver originato le locuzione mònəchə novə (monache nuove).

Cummuendə di mònəchə rannə Convento di S. Maria del Soccorso. È noto con questo nome perché era il convento delle monache appartenenti a famiglie nobili (monache grandi, cioè, importanti, nobili).

Cunzè Condire, riparare. Viene dal latino volgare comptiare = conciare. Nella seconda accezione è presente in molti composti: conzasiggə, conzalamberə, conzapippə, conzambrellə, conzascarpə, conzapiattə, conzapeddə, conzaluscə.

Cùnzələ Consolo. Era il pranzo che si offriva ai parenti stretti del de cuius. Da notare che coloro che offrivano il consolo dovevano portare tutto, stoviglie incluse, non dovendosi usare nulla della cucina della casa del morto.

Cutturriddə Calderotto. Tegame di creta usato per la cottura dell’agnello con verdure varie. Oggi il termine indica appunto il noto modo di cucinare l’agnello.

Dè i saccagnetə Agonizzare. Molto probabilmente il termine deriva dal provenzale sacagn che significa accoltellare.

Dendamerə Dentamaro. Il nome di uno dei tre cannoni che Altamura usò per resistere alle orde del Cardinale Ruffo. Gli altri due cannoni erano: Sfrattacumbuagnə e Pəzzendə.

Dəplomə Diploma. In origine il documento era piegato in due, come si evince dal termine greco diplòma (diplóos = doppio) da cui il termine deriva.

Dəsciunə Digiuno. Durante il periodo quaresimale vigeva l’obbligo del digiuno osservato da moltissimi credenti al punto che per non camarè, cioè rompere il digiuno, usavano condire le lasagne con mollica fritta e vincotto al posto di formaggio e carne banditi dalla tavola in quel periodo.

Do jorə Due ore. Era l’utimo rintocco delle campane, due ore dopo i rintocchi dell’Ave Maria. L’ora variava col variare delle stagioni (più o meno dalle 19 alle 22) ed indicava la fine della giornata.

Don Don. Titolo onorifico messo davanti ai nomi dei preti. Viene dal latino dominus (signore) Era usato anche davanti ai nomi degli appartenenti alla borghesia medio-alta: farmacisti, medici, insegnanti, proprietari terrieri, etc.

Ènnəcə Endice. Un uovo finto o vero che serve da richiamo per le galline perché vi ritornino a fare le uova. Il termine viene dal latino indicem (che indica).

Farlə a nn’orə də nottə Ridurlo a un’ora di notte, cioè, ridurlo malissimo.

Farsə nizzə nizzə Rimpinzarsi. Probabilmente nizzə nizzə, niccə niccə in altri dialetti, deriva in seguito all’aferesi del primo elemento di (casta)neccio o (casta)niccio o (castag)naccio, dolce fatto con farina di castagne, pinoli, uva e rosmarino.

Fè fəlottə Marinare la scuola. Molto probabilmente fəlottə deriva da flotta perché in origine i ragazzi che marinavano la scuola andavano a giocare nelle pozzanghere con le barchette di carta.

Fəggelə Foggiali. È Piazza Don Minzoni, nota come Piazza Foggiali, i Fəggelə (dal latino Fovea che significa fossa); in quella piazza, infatti, c’erano le fogge o fosse per conservarvi il grano per la città.

Fəgghjettə Passatella. Forse da foglietta, a sua volta dal provenzano folheta, unità di misura di circa un litro. Gioco di osteria nel quale il padrone, u puatrunə, e il sottopadrone, u sottə, scelti di volta in volta con un gioco di carte bevono o dispensano il vino secondo la loro volontà. Un terzo componente importante del gioco era il vino, u muirrə che aveva la facoltà di togliere il bicchiere di vino a chi u puatrunə e sottə l’avevano destinato. Scopo del gioco era di non far bere, mannè all’assuttə, o far ubriacare un giocatore. Questa situazione era la somma di tanti articolati e a volte strampalati discorsi che il più delle volte finivano in liti che procuravano risentimenti anche oltre i confini della cantina. Per i suoi rischi il gioco è stato vietato dalle leggi di pubblica sicurezza.

Fənòcchjə Omosessuale, finocchio. Circa il senso di omosessuale dato a questo termine vi sono varie teorie. Per alcuni la voce deriverebbe dal latino fenor culi (vendita del culo); per altri lo si ricollega all'ortaggio omonimo perché il finocchio è pianta agamica, cioè che si riproduce senza essere impollinata, e quindi non ha bisogno dell’altro sesso. Secondo una teoria di linguisti e studiosi di storia del costume, invece, la spiegazione più logica per cui il termine finocchio è stato accostato all’omosessuale è da ricercare nel significato che la parola aveva nel medioevo, e cioè persona dappoco, infida, uomo spregevole. Il finocchio come pianta e come spezia, vale pochissimo. Perciò il finocchio è perfetto per indicare un uomo che si pensa non valga niente: l’omosessuale.

Fernesscə a ccapò Finire a che poi. Chi chiedeva un prestito usava dire che in appresso avrebbe saldato il debito non appena avrebbe avuto la disponibilità. Il fatto è questo ca po’ (che poi) non arrivava mai.

Fè u saltə Fare il salto. Fino al 1965 c’erano le cosiddette scuole di avviamento professionale che permettevano a chi aveva conseguito la licenza elementare di continuare gli studi ottenendo una formazione verso il mondo del lavoro o le scuole professionali e tecniche. Chi, invece, desiderava accedere alle scuole medie inferiori, doveva superare un esame di ammissione. Si usava dire in questi casi che il ragazzo avàjə fattə u saltə, cioè, aveva superato l’esame di ammissione.

Flittə Insetticida. È il DDT o Diclorodifeniltricloroetano. Il termine, che deriva dall’inglese fly toxic = tossico per le mosche, indica un composto chimico usato per disinfestare gli ambienti dai vari insetti: mosche, zanzare, cimici, pulci, pidocchi, etc. Subito dopo l’ultima guerra, tutte le abitazioni, negozi e magazzini furono disinfestati con il DDT e sui muri delle casette di campagna trattate con questo composto veniva apposta la sigla DDT., come segno dell’avvenuto trattamento. In seguito ne è stato proibito l’uso perché ritenuto cancerogeno. In passato c’era un venditore ambulante che si aggirava per le strade della città gridando continuamente la stessa frase: o flittə o flittə o ddt, uccide pidocchi, pulci, cimici, o flittə o flittə o ddt; le massaie accorrevano e compravano il liquido che poi spruzzavano con una macchinetta vaporizzatrice: la pombə du flittə.

Fonzinə Alfolzino. Era un signore dai grandi baffi che portava al collo una bisaccia con in una tasca semi di zucca e nell’altra ceci, entrambi abbrustoliti ed aveva un misurino di legno per dare la giusta quantità della sua merce ai clienti.

Furmaggə pundə Formaggio punto. Si chiama punto perché il formaggio viene attaccato (punto) dalla mosca casearia, piophila casei, che rilascia larve che si nutrono e si moltiplicano nel formaggio. Ha un aspetto cremoso, simile al gorgonzola, di odore forte, penetrante e di sapore piccante. I vermi prodotti da questo formaggio, privi di testa nera e bianchi come il latte, non superano i due millimetri e sono detti saltarelli perchè tendono a saltare. Oggi il formaggio ripulito delle larve o frullato con tutti i vermicelli viene messo in barattoli pronto per essere spalmato sul pane.

Gesə gesə Con delicatezza; probabilmente la locuzione gesə gesə viene da Gesù. Quindi, manovrare, portare gesə gesə significa maneggiare o portare qualcosa come se si trattasse della statua di Gesù. Secondo altri, gesə sarebbe la contrazione di gelusì da cui il senso di conservare gelosamente.

Gillə GIL. Acronimo per Gioventù Italiana Littorio. La Gioventù Italiana del Littorio (GIL) fu un’organizzazione giovanile fascista, fondata il 29 ottobre 1937 (XVI dell’era fascista) con lo scopo di accrescere la preparazione spirituale, sportiva e militare dei ragazzi italiani fondata sui principi dell’ideologia del regime. In essa confluì anche l’Opera Nazionale Balilla, creata per i giovani di ambo i sessi dai 6 ai 21 anni, e tutte le organizzazioni che ad essa facevano capo. La sede della sezione locale fascista frequentata da studenti ed operai, ora scuola media, è in Via Matera.

I Cappellə Le Cappelle. Per la forte devozione verso la rievocazione della Passione e morte di Gesù Cristo, da molti secoli sentita dalla popolazione altamurana, venne promossa la costruzione di una serie di cappelle per la celebrazione delle varie fasi della Passione. Delle tredici Cappelle di Altamura (la quattordicesima non venne mai edificata), ciascuna dedicata ad un mistero della Via Crucis da celebrare, ne restano cinque nel rione di Monte Calvario.

I dində də volpə I denti di volpe. Quando ad un bambino stavano per spuntare i primi dentini, si usava mettere, tra le fasce, un sacchettino contenente denti di volpe per lenire, si credeva, i dolori della dentizione.

La Bbanghə də Sand’Andonnə La banca di S. Antonio. È la Banca Popolare di Puglia e Basilicata. È chiamata così perché su parte dello spazio occupato da essa c’era  il convento di S. Antonio da Padova.

La bbannə də cìcerə frittə La banda dei ceci fritti. Gruppo musicale locale composto da quattro o cinque persone che apre tutte le processioni religiose. Istituita negli anni ’50, fu chiamata così, perché in origine si accontentava di poco, appunto di ceci arrostiti e birra o vino.

Na carrozzə də jorə velə quand’a nn’acquə də mescə = ua carrozza d’oro vale quanto un’acqua di maggio. Ecco come nacque questo proverbio altamurano. Si racconta che un re, che amava moltissimo gli oggetti d’oro, un giorno decise di voler possedere una carrozza tutta d’oro. I diversi esperti interpellati non seppero dire quanto sarebbe venuta a costare la carrozza. In ultimo fu chiamato un vecchio saggio che disse: “Majesté, na carrozzə d’orə velə quand’a nn’acquə də mescə”. Inviperito il re gridò: “Cosa ha a che fare una carrozza d’oro con la pioggia di maggio?”. Il saggio rispose: “Majesté, ce chjovə a mescə, l’acquə jé rəcchezzə pə ttuttə pǝrcè tuttə pàjənə i tassə e vu putitə accattè la carozzə də jorə” = Maestà se piove a maggio, l’acqua è ricchezza per tutti perché tutti pagano le tasse e voi potete comprarvi la carrozza d’oro.

La dì də la fatuarì Il giorno della stupidità. È il 16 agosto così detto perché, dopo la lunga nottata del 15 agosto (Sanda Marì), la gente, in debito di sonno, camminava per strada come intontita, come fàtəvə.

La majestrə La maestra. Solitamente era una nubile a cui, fino agli anni ‘50, le mamme usavano mandare bambini e bambine per toglierli dalla strada. Qui imparavano canzoncine e preghiere. Imparavano anche ad usare u rutəlinə (rocchetto) per fare la màgghjə (maglia) facendo passare il filo di lana attorno a quattro chiodini fissati ad una delle due basi del rocchetto.

La ‘nghjanetə də Cicchəlucuenə La salita di Cicchəlucuenə; è la contrada che segna il confine la Lucania e la Puglia. Il nome Cicchəlucuenə non ha nulla a che vedere con i cani, ma si deve alla frase latina: hic est Lucania = qui è la Lucania.

La Scilsə L’Ascensione. Il giorno della Scilsə era in uso la processione dei Sandorrə (statuine di immagini sacre). I purrə purrə (i ragazzini), portavano in processione nu sanduddə (una statuetta) a cui molte famiglie erano devote e che avevano in casa. U sanduddə era adagiato su una scaletta a pioli addobbata o jind’o mònechə (nello scaldaletto).

La səgnurə La signora. Non indica soltanto una donna ma anche la capesə perché questo vaso cilindrico con due anse, idoneo a raccogliere rifiuti organici umani, dava l’idea, in qualche modo, di una donna con le mani sui fianchi.

La strascinə də Sandə Jàcqujə La Via Lattea. Lett.: la scia di S. Giacomo. L’espressione si deve ad una leggenda secondo la quale S. Giacomo fece cadere nel cielo inavvertitamente parte della paglia che aveva rubato.

La Viamarinə La Viamarinə. Non è, come si potrebbe pensare, la via che porta al mare, ma è il percorso dentro le mura (marinə sta per murinə, quindi relativo a mura) in cui solitamente le processioni si snodavano.

L’ervə du ‘ndrattinnə L’erba dell’intrattenimento. Quando un bambino non doveva essere presente ad un qualcosa che riguardava gli adulti o era di impiccio per lo svolgimento di un certo lavoro, lo si mandava da una vicina di casa o una parente perché lo intrattenessero per qualche tempo e queste capiva subito cosa dovessero fare quando il bambino diceva: è dittə mammə dammə l’ervə du ‘ndrattinnə.

Manghə n’avemmarì Neanche un’Ave Maria. L’espressione vuol dire che una certa cosa ha impiegato o impiegherà pochissimo tempo, il tempo per recitare una Ave Maria.

Mangiapenə a tradəmendə Mangiapane a tradimento. Chi mangia alle spalle degli altri senza meritarlo o chi non lavora per quello che consuma.

Matətəniddə Epifania. Lett.: piccolo mattino, cioè, primo mattino; la messa per il battesimo del Bambin Gesù (u Buambəniddə), infatti, aveva luogo alle prime luci dell’alba.

‘Mbətè a carnə e maccarunə Invitare a nozze. Lett.: invitare a carne e maccheroni. Una volta carne e maccheroni costituivano il pranzo riservato alle grandi occasioni. L’espressione, quindi, significa invitare a fare qualcosa di molto allettante offrendo il pretesto o l’occasione di fare ciò che da tempo si desidera fare.

Munaciddə Monacello. Folletto domestico che suole mettersi sullo stomaco di chi dorme rendendo difficoltosa la respirazione del malcapitato. In realtà la respirazione affannosa dipende soltanto dal fatto che si è mangiato e bevuto troppo. La credenza popolare vuole che u munaciddə abbia un berrettino rosso che tutti cercano di carpirgli. Infatti chi riuscirà a togliergli il berretto diventerà ricco, perché u munaciddə pur di riaverlo, è disposto a svelare tutti i luoghi segreti dove sono nascosti i tesori.

Musə musə Topo topo. Dal momento in cui i gatti sono attratti dai topi, si richiama la loro attenzione con musə musə. Il termine deriva dal latino mus che significa, appunto, topo.

Mustrillə Trappola per topi.  Dal latino mus (topo) + tardo latino triculum (ostacolo) è derivato mustriculum (ostacolo per topi), cioè, (trappola per topi).

Na frittə pulpə! Ne hai fritto di polpi!, cioè, ne hai combinate di tutti i colori. Espressione rivolta a chi vuole farsi passare per ingenuo e inesperto.   

Nan gə chepə nu spuìgnələ Non ci entra uno spillo. Si riferisce ad un luogo particolarmente pieno.

Na voltə sə ‘mbəcò Colə Una volta s’impiccò Nicola. È la conclusione di un aneddoto. Il figlio di un ricco proprietario, certo Nicola, era un festaiolo gaudente. Era sempre circondato da falsi amici che approfittavano di questo buontempone. Il padre lo ammoniva continuamente e lo esortava a non spendere e spandere perché non sempre gli poteva arridere la fortuna e che qualora fosse rimasto senza il becco di un quattrino, poteva semplicemente andare ad impiccarsi alla trave più alta del palazzo. Dopo poco il padre morì e in breve Colə si ritrovò senza soldi e senza amici che gli volsero le spalle. Disperato, andò ad impiccarsi alla trave di cui aveva parlato il padre. Fortuna volle che la trave, che non sostenne il suo peso, si ruppe e dal soffitto cadde un grande tesoro, lì conservato dal padre, che lo risollevò. Venuti a conoscenza del fatto, gli amici tentarono di avvicinarsi un’altra volta per approfittarne, ma Colə, divenuto saggio, li ignorava e rispondeva sempre: “Na voltə sə ‘mbəcò Colə”.

‘Ndostajacquə Frigorifero. Lett.: indura acqua, cioè, che rende l’acqua dura; questa, infatti, nel congelatore, diventa ghiaccio.

Nə tinnə tròzzələ jind’a chedda chepə Ne hai di porcheria in quella testa. I tròzzələ sono lo sterco a forma di pallina che insudiciano la lana circostante la zona anale. Per traslato, quindi, sudiciume come nell’espressione.

Nəverə Neviera. In Altamura c’erano diverse neviere. Queste erano grandi cisterne interrate atte a custodire la neve caduta durante l’inverno che diventava ghiaccio utile nelle stagioni calde. Avevano un’apertura laterale, scavate nella pietra. Quando nevicava, i proprietari delle neviere ingaggiavano raccoglitori, proprietari di traini e pestatori. La neve caricata suI traini veniva scaricata nella neviera attraverso l’apertura laterale. Qui i pestatori la pestavano con scarponi chiodati. La vendita del ghiaccio iniziava con la festività di Sant’Irene, il 5 maggio. In piazza Duomo si vendevano la gratta marianna, una granita color verde menta. All’inizio di via Già Corte d’Appello c’era una venditrice di ghiaccio nota come “Andonnə la nàivə”. Dopo la seconda guerra mondiale arrivarono i frigoriferi e ghiaccerie e neviere automaticamente scomparvero.

‘Nziamè Non sia mai. Il termine è composto da tre parole: non sia mai; spesso accompagnato da Səgnorə. Esprime timore e speranza che qualcosa non si verifichi. È sinonimo di maisì (mai sia); anche questo accompagnato spesso da Səgnorə.

Parlè jind’o mutə Parlare nell’imbuto, cioè, parlare in modo da non farsi intendere.

Pəccenə Picciano. Colle a poco più di 20 km da Altamura e meta di pellegrinaggi per la presenza dell’omonimo santuario della Madonna. Secondo una leggenda la Madonna apparve sui rami di una quercia ad alcuni pastori abruzzesi che percorrevano quei luoghi per la transumanza. A partire dal XIII secolo si insediò una comunità monastica benedettina, e nei secoli successivi Picciano appartenne ai templari prima ed ai cavalieri di Malta poi, che ampliarono la chiesa ed i locali annessi. All'interno della chiesa, sopra l'altare maggiore, vi è un'immagine della Madonna del XV secolo, e nella cappella alle spalle dell'altare la statua della Madonna che viene portata in processione. C’è sempre stata una grande devozione verso la Madonna di Picciano da parte degli altamurani. Ci si reca lì per devozione o per un voto. Durante il percorso verso il santuario si recitava il santo rosario e ad ogni mistero si ripeteva come una cantilena questa litania: “Madonnə də Pəccenə sobb’a nnu mittə li menə, fannə sembə chessa ràzzeje, allundenə agnə dəsəgràzzjə. Stinnə u muandə sobbə a Jaltamurə e u puaisə cambə səcurə = Madonna di Picciano su di noi stgendi le mani, facci sempre questa grazia: allontana ogni sciagura. Stendi un manto su Altamura e il paese vivrà al sicuro” . Al Santuario si assisteva alla celebrazione della messa a cui seguiva la processione. Verso mezzogiorno si faceva fuori quel po’ di cibo che ci si era portato e il pomeriggio si visitavano le bancarelle vicino alla chiesa per acquistare vari regalini quali prugne secche, bamboline di fichi secchi e bubù (piccoli strumenti musicali variopinti a fiato in creta a forma di gallina) per la gioia delle bambine e dei bambini.

Pəzzendə Il nome di uno dei tre cannoni che Altamura usò per resistere alle orde del Cardinale Ruffo. Gli altri due cannoni erano: Sfrattacumbuagnə e Dendamerə.

Prèvətə spugghjetə Spretato. Lett.: prete spogliato. Non si parla di oscenità ma semplicemente del prete che, privato dell’abito talare per abbandono spontaneo o imposto, lascia la condizione di sacerdote.

Puccəlatiddə Buccellato. È un pane di forma ovale, schiacciato, vuoto nel mezzo e terminante a coda di rondine. Per alcuni il nome deriva da puiccə (capriccio), molto probabilmente però deriva dal tardo latino buccellatum che era un panino a forma di corona. Per gli antichi romani, infatti,  il buccellatum  era un pane rotondo formato da una corona di panini, le buccellae.

Pudəchinə Tabaccheria. Maliziosamente indica anche la patta per il fatto che nella tabaccheria, oltre alla sigaretta, si trova anche il sigaro e dietro la patta c’è … l’allusione è chiara. Pudəchinə potrebbe derivare da una commistione di francese e spagnolo un peu de (francese) quina (spagnolo), un po’ di china; infatti, nelle tabaccherie si vendeva anche la chinina, chinino di stato, alcaloidi estratti dalla corteccia di china, per combattere la malaria. Secondo alcuni, invece, significa piccola bottega dal greco apothèke (deposito).

Purtè ‘ngambenə ‘ngambenə Portare di campana in campana, cioè, rinviare, portarla per le lunghe, temporeggiare, prendere tempo per rimandare e possibilmente evitare l'adempimento di un impegno. Corrisponde a: menare il can per l'aia.

Pusìlləchə Pasquetta. Si diceva anche Mondə Pusìlləchə. Quando ero ragazzo, a Pusìlləchə, dal latino positus illuc (Cristo è deposto lì) non si andava a scuola. Si festeggiava, per tradizione il martedì, nella zona di Montecalvario, lontana dal centro abitato, dove c’era una grande area incolta, u puarchə, il parco. Lì si organizzavano scampagnate e pranzi. Si preparavano təmballə (pasta al forno), fritture di carciofi, zucchine, asparagi. La gita, secondo il credo religioso, dovrebbe ricordare l'apparizione di Gesù a due discepoli in cammino verso Emmaus. È in ricordo di quel viaggio che si giustifica il Pusìllichə, festeggiato oggi il lunedì successivo alla Pasqua.

Puzzə Pozzo. Fino agli anni ‘50 non tutti potevano permettersi il lusso di possedere un frigorifero e il pozzo veniva usato in estate con quella funzione. Si calava nel pozzo, per rinfrescarli, vino e melone messi in un paniere che, all’ora di pranzo, veniva tirato su.

Quandə s’è cchjetə? È una curiosa domanda il cui significato, che non ha nulla a che vedere con la traduzione letterale “quanto si è trovato / trovata?”, è: “quanti anni aveva?” ed è solitamente usata per sapere quanti anni aveva la persona deceduta.

Quarandenə Quarantena. È un fantoccio che rappresenta la moglie del Carnevale. Quando costui muore si impicca per il grande dolore e i suoi resti vengono bruciati. Il nome è dovuto ai 40 giorni della durata della Quaresima.

Quarandottə = quarantotto, gran confusione, disordine incredibile. Trae origine dalle rivoluzioni del 1848.

Rəcchionə Orecchione. Varie sono le ipotesi circa il significato di omosessuale. Per alcuni sembra essere di origine napoletana e si ricollegano al periodo del viceregno (1503-1734) quando dalle navi, che attraccavano nel porto di Napoli, scendevano marinai spagnoli che usavano indossare grandi orecchini così pesanti da allungare il lobo dell’orecchio trasformando l’orecchio in orecchione. Pensando ai lunghi periodi di navigazione senza donne che favorivano rapporti omosessuali, i napoletani accostarono il termine di omosessuale ad orecchione. Secondo altri deriva dal veneziano recion, lo schiavo di colore che, al tempo dei dogi, aveva l'obbligo di darsi sessualmente ai prigionieri nelle carceri veneziane; il suo arrivo nelle celle era scandito dal suono di un pesante campanello posto come orecchino causandone la deformazione dell'orecchio, da qui orecchione recion. Per altri, infine, potrebbe derivare dal greco ricnodes (che si contorce in modo indecoroso) la qual cosa ricorda l’incedere dell’omosessuale.

Retə e minzə retə Rotolo e mezzo rotolo. È un termine di origine araba: ratl. Oggi è sinonimo di chilo e mezzo chilo, mentre in origine nu retə corrispondeva a circa 900 grammi e ovviamente nu minzə retə a circa 450 grammi.

Rolandus me destruxit, Federicus me reparavit Orlando mi distrusse, Federico mi ricostruì. La frase si trova sullo stemma della città di Altamura. Secondo una leggenda là dove si trova la Cattedrale si ergeva un tempio pagano dedicato al dio bifronte Giano. Per questo motivo Carlo Magno ritenne la città pagana e ordinò al paladino Orlando di raderla al suolo; questa, poi, fu ricostruita da Federico II di Svevia.

Ruttəwàgghjə Pipistrello. Il termine viene dal latino volgare: grupta (grotta) + vagula; quindi, che vaga nelle grotte, ambiente naturale dei pipistrelli.

S’arrəcordə i vignə ‘mmenzə a chjazzə Ricorda i vigneti nella piazza. Frase scherzosa che indica semplicemente che un qualcosa è antichissimo. Pare che moltissimo tempo fa in piazza c’era un campo di vigneti.

Scalìscənə, Sckalìscənə Appetito. Il termine, dal greco scalizo (scavare), viene da sckaləscè che indica il razzolare tipico della gallina in cerca di cibo.

Scarceddə Scarcella. È il tipico dolce pasquale di pasta dolce che può assumere le forme più svariate (cestini, conigli, colombe,…). Curiosa l’origine del termine scarcella. Secondo alcuni deriva scarcerare perché, per mangiare la scarcella bisogna liberare le uova dalle striscioline di pasta, bisogna, cioè, scarcerarle! Secondo altri, scarcella deriverebbe da scarsella che significa borsetta, come, appunto, la diffusissima forma di borsetta della scarcella.

Scasè Sloggiare. Viene dal latino ex casa (uscita dalla casa). Molto tempo fa lo sloggio avveniva a Sanda Marì. Il pagamento della locazione avveniva in due tranche: metà alla trasaturə (entrata), cioè all’inizio e l’altra metà alla essaturə (uscita), cioè alla fine della locazione. Chi non cambiava casa a ferragosto versava l'intera somma di locazione: metà a saldo dell'anno trascorso e metà quale endraturə per il nuovo anno.

Scəmecchə Cretino. Per alcuni deriva dall’inglese shoemaker (calzolaio), per altri dall’arabo samaqqa (folle, allegro).

Sciarəscetə Batosta. Il termine nasce dopo la grave sconfitta subita dall’esercito italiano il 23-10-1911 nella località di Sciara Sciat durante la guerra di Libia.

Sckanetə Tipico pane alto altamurano (lat. explanatum = allungato). Per G. Racioppi scanata è la porzione di pasta raffrenata (rimenata, gramolata) e viene dal greco ischanáo = raffreno. In siciliano scanata è l’atto di gramolare la pasta con le mani. Fantasiosa e curiosa è l’affermazione di alcuni per i quali il nome è dovuto al fatto che questo pane presenta un taglio nella parte mediana come se fosse scannetə, cioè, scannato.

Sckattabbuttə Papavero. La voce è composta da: sckattè (scoppiare) + abbuttè (gonfiare). Il termine deriva da uno dei tanti giochi inventati dai ragazzini. Si uniscono le estremità dei lembi dei petali, si soffia dentro, si adagiano sulla fronte di un amico e si schiacciano provocando un leggero scoppio e lasciando una piccola macchia rossa. Un’alternativa di questo gioco è quello fatto con un foglio di quaderno. Lo si piega su se stesso in tre parti ed in senso verticale. S’infilano la due estremità l’una nell’altra. Si ottiene una sorta di bracciale sulla cui superfice liscia si pratica un forellino; si soffia dentro facendolo gonfiare. Lo si adagia nel palmo di una mano e si batte sopra con l’altra mano con relativa forza provocando uno scoppio.

Səgnərì Signoria. È una sorta di Lei di cortesia. Questa forma di rispetto era usata verso le persone adulte. Səgnərì era usato pure verso i genitori; dare loro del “tu” era considerata cattiva educazione.

Sə nə vè o spundə Ha lo spunto. Spundə è propriamente la fase iniziale di una malattia del vino specie nei vini a bassa gradazione alcolica o non ben conservati, dovuta all’azione di vari tipi di batteri che trasformano l’alcol in acido acetico per cui il vino assume un caratteristico sapore acidulo. Ecco perché la persona che sə nə vè o spundə è colui che dà i numeri.

Sfrattacumbuagnə Il nome di uno dei tre cannoni che Altamura usò per resistere alle orde del Cardinale Ruffo. Gli altri due cannoni erano: Dendamerə e Pəzzendə.

Sinə e nàunə Sì e no. È la promessa di matrimonio fatta dagli sposi davanti all’ufficiale dello stato civile del comune e davanti al parroco. Esiste ancora oggi e si chiama: richiesta di pubblicazione a contrarre matrimonio.

Sò ffattə pə ffarmə la croscə e mə sò cəchetə l’ècchjə Ho tentato di farmi il segno della croce e mi sono accecato un occhio. È ciò che dice lo sfortunato che cerca di cambiare posizione per ricavarne un qualche vantaggio e peggiora la situazione. Si racconta di un uomo che, stanco per il pesante lavoro che faceva tutti i giorni, pensò di farsi frate. “Ddè sə stè bbuene, sckittə nu puicchə də rəsàrəjə e po’ sə mangə, sə bevə e sə dormə = là si sta bene, solo un po’ di rosario e poi si mangia, si beve e si dorme. Ma dovette ricredersi subito quando l’abate gli disse: “Da domani dovrai zappare l’orto tutti i giorni dall’alba al tramonto”. Al povero novello frate gli caddero le braccia e alzando gli occhi al cielo disse con un filo di voce: “Sò ffattə pə ffarmə la croscə e mə sò ccəchetə l’ècchjə”.

Spasaràulə Tegame di creta. È rotondo e basso con due appigli esterni in funzione di manici per la presa. Per traslato indica il cibo in essa cucinato, spesso al forno: la sparàulə o furnə (tegame al forno).

Spassatimbə Passatempo. Con questo termine non si indica una ricreazione o un divertimento, ma i semi di zucca essiccati sfiziosi e commestibili.

Sponzalìzzjə Sposalizio. La tradizione non ammetteva la celebrazione del matrimonio nel periodo quaresimale (perché periodo di astinenza), né nel mese di Novembre (perché dedicato ai defunti), né a Maggio (perché mese mariano); inoltre non ci si sposava il martedì e il venerdì perché giorni portatori di sfortuna, il lunedì, poi, era dedicato a coloro che se n’erano scənnutə (donne che avevano perso la propria illibatezza) e il mercoledì ai vedovi. Dei due giorni che rimanevano si preferiva il sabato perché il giorno successivo era festivo.

Spunzelə Sponsale. È un tipo di cipolla dal sapore dolce che si usa nella tradizione culinaria per la preparazione del pasticcio. C’è un nesso fra le cipolle sponsali e la tradizione culinaria. Sponsali, infatti, deriva da sposalizio che a sua volta deriva dal latino sponsus che vuol dire promesso sposo. Prima di concretizzare l’unione, si usava festeggiare la promessa di matrimonio, detta sponsalia, con la Cena degli Sponsali durante la quale veniva servita proprio una torta di cipolle: ecco spiegato l’origine di questo particolare pasticcio a base di cipolla e l’origine del nome stesso di spunzelə.

Strànjə Strenna. A capodanno, per avere qualche soldino dai parenti, i bambini recitavano questa filastrocca: Bona finə e bon brəngìpiə d’annə è dittə mammə dammə la strànjə = buona fine e buon inizio d’anno, ha detto mamma dammi la strenna.

Stùppələ La fasciatura con cui si avvolgeva il neonato strettamente in modo che le gambette, così si credeva, crescessero dritte. Il bambino, già avvolto prima nello spràinə (una sorta di pannolino di tela bianca) e poi nel cupurturə (un telo quadrato robusto e bianco), veniva ulteriormente avvolto da una fascia bianca dalle ascelle in giù. Il risultato di questa operazione era u stùppələ. Così sistemato, s’inseriva u stùppələ, cioè, u munənnə ‘mbassetə (il bambino in fasce) in un sacchetto, u sacchətiddə. L’operazione di ‘mbassè u criaturə era finita. Il bimbo veniva “sfasciato e rifasciato” almeno due volte al giorno per motivi d’igiene.

Surucuaterə Acchiappatopi. Era un personaggio di qualche tempo fa che si guadagnava da vivere eliminando topi e ratti che infestano i paesi. In diverse città le autorità comunali assoldavano gli acchiappatopi remunerandoli in base al numero di code dei simpatici animaletti catturati.

Susə a San Giuwannə Piazza S. Giovanni. Il nome è dovuto al fatto che là dove sta la fontana c’era la chiesa di San Giovanni abbattuta nel 1888 dopo che era stata ricostruita per i danni del tempo oltre due secoli prima.

Tagghjè i virmə Fagliare i vermi. Si credeva che il mal di pancia dei bambini fosse dovuto alla presenza di vermi e poiché c’erano donne che pare fossero in grado di curare il male con preghiere e segni particolari, si andava da loro per tagghjè i virmə.

Tàulə du littə Tavola del letto. Fino alla prima metà degli anni ’50 i materassi erano riempiti di solito con paglia di granturco ed erano adagiati su tavole poggiate su due supporti di ferro, i cosiddetti pitə du littə, piedi del letto.

Tàulə du puenə Tavola del pane. Prima il pane veniva fatto in casa. Setacciata la farina sulla spianatoia e praticata una conca al centro si versava un po’ d’acqua tiepida in cui erano disciolti sale e lievito e si cominciava a trumbuè, impastare, fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo a forza di pugni. Dopo averla fatta lievitare per qualche ora, la si tagliava a pezzi della misura voluta, 3 - 4 kg. circa, che, disposti sulla tàulə du puenə di circa cm 50 x 200, u carresciapenə, il fornaio trasportatore, provvedeva a portare al forno per la cottura e poi a riportarlo indietro.

Tenә i cuesckə Ha gli insetti pruriginosi. L’espressione si usa nei confronti di chi non riesce a stare un attimo fermo, come se avesse addosso questi insetti che causano prurito dappertutto.

Tossə cumbulsivə Pertosse. C’erano diverse cure empiriche per curare la pertosse dei bambini. Un rimedio empirico era il vapore di scarico del treno. Le madri andavano alla stazione ferroviaria e attendevano l'arrivo della locomotiva che si fermava per alcuni minuti per consentire ai viaggiatori di salire a bordo. Durante la permanenza, la vettura, da una valvola posta in basso scaricava il vapore caldo eccedente la pressione. Le madri si avvicinavano a questa valvola e facevano aspirare ai bambini il vapore caldo utile contributo per curare la pertosse dei bambini.

Trasiassandə Entrò-uscì-santa. Prima il parto avveniva in casa e la partoriente, poiché veniva vista nuda da chi assisteva al parto (erano comunque tutte donne), perdeva, per così dire, il suo pudore. Per riacquistarlo bisognava recarsi in chiesa, dopo qualche giorno, chiedendo al sacerdote di benedirla per purificarla. La cerimonia durava pochissimo e la donna ne usciva purificata. Questo rito spiega la strana parola: trasì (entrò) + assì (uscì) + sandə (santa).

Trè i pitə Tirare i piedi. Di solito la frase viene usata quando, in seguito ad una certa azione, si verifica il cattivo esito preannunciato da qualcuno. Molto probabilmente l’espressione trae origine dall’attività dell’aiutante del boia che consisteva nel tirare i piedi all’impiccato per abbreviarne l’agonia.

Trəsciùngulə Falco grillaio. Viene dal latino turris incola, abitante delle torri.

Uaragnàunə Garagnone. Narra una leggenda che Orlando, dopo aver distrutto Altamura perché ritenuta pagana, accortosi poi che la maggior parte, invece, era di fede cristiana, impazzì e a folle velocità si lanciò sulla roccia del Garagnone sferrando un potente fendente e morì.

U corə də la rəndəneddə Il cuore della rondine. Fino agli anni 1940-50 era credenza popolare che se i bambini mangiavano il cuore crudo di una rondine diventavano meno impacciati e più coraggiosi.

U muàisə Le mestruazioni. Lett.: il mese. Fino agli anni 50 era possibile, pur se raramente, vedere giovanette che portavano legato sopra il calcagno destro un fazzoletto per indicare che erano già mestruate e pronte quindi al matrimonio.

U muestə all’andretə Canapaio, funaio. Lett.: mastro all’indietro. Era chiamato così perché, per lo svolgimento del suo lavoro procedeva all’indietro tirando e attorcigliando nel contempo i fiocchi di canapa che man mano diventavano funi.

U salutə Il saluto. Era il modo per porgere le proprie condoglianze. Il corteo funebre si fermava vicino alla chiesa du Cuarmə, del Carmine, si poggiava il feretro su due sedie e i familiari del defunto si allineavano vicino alla bara sul marciapiede per ricevere il saluto di condoglianze dai partecipanti al corteo; a volte l’operazione richiedeva molto tempo, specialmente nei funerali importanti. Terminato il rito del saluto, si procedeva più speditamente verso il cimitero. U salutə era anche la visita di condoglianze. In seguito ad un lutto in famiglia era consuetudine che le donne dovessero restare in casa per una settimana per ricevere il cosiddetto salutə, saluto o visita di condoglianze.

U San Giuwannə na zə dè ‘dretә Il San Giovanni non si rifiuta. È una tipica tradizione altamurana a non rifiutare il San Giovanni, cioè, l’invito a far da padrino per una cresima.

U scrùbbələ du pastàurә Lo scrupolo del pastore. Uno scrupoloso pastore, oppresso da rimorso, confessò al parroco di non aver osservato alla lettera l’obbligo del digiuno, omettendo peccati ben più gravi. L’espressione, pertanto, indica chi si pente per delle sciocchezze e non per fatti gravi.

U sfuilә dә la sәgnurә Lo sfizio della signora. Si racconta che Donna Petrosinella aveva il vezzo la notte di orinare non, com’era ovvio, nell’orinale ma nell’àmәlә (anfora panciuta di terracotta con collo stretto e due manici usato per mantenere fresca l’acqua) allagando naturalmente il pavimento. La donna di servizio le faceva osservare il guaio che combinava, ma non c’era verso; la nobildonna continuava imperterrita in questo suo vezzo... e così nacque il detto u sfuilә dә la sәgnurә per indicare un capriccio incredibilmente stupido.  

Vərusscə Asfodelina gialla. È una pianta che veniva usata in modo particolare per preparare frittate il giorno di Pasquetta.

Wuttarulə Bottaio. Era colui che raccoglieva le acque luride in botti poste su carrette e che poi scaricava in un luogo che ancora oggi è noto col nome di i carrittə, appunto le carrette usate per il trasporto delle botti.

Zə Fattillə Zio Raccogliteli. È un parente contadino inesistente, certo Zio Raccogliteli, dalla cui campagna qualcuno, approfittando dell’assenza del reale proprietario, raccoglieva di nascosto un po’ di frutta.